Anna Maria Farabbi ed Elia Malagò

Una città di donne
Chiesa di San Barnaba, Chiostro 11 settembre 2010 - h 10.15
2010_09_11_127

Anna Maria Farabbi, perugina, accanto a scritture saggistiche e traduzioni, ha pubblicato le raccolte poetiche "Fioritura notturna del tuorlo", "Il Segno della Femmina", "Adlujè" fino al più recente "Solo dieci pani". Elia Malagò ha curato le edizioni Forum/Quinta generazione e ha scritto in prosa e poesia. Dopo l'"Ombra ripresa", ha pubblicato le raccolte di poesia "soprav(v)vento" e "Incauta solitudine". Della propria poesia dice Anna Maria Farabbi: «Non è lì o io non la vedo// La mia poesia invece è nuda là per il campo// La festa della povertà regina». Ed Elia Malagò «…che in quel vallo si insinui un dubbio/ un singhiozzo/ anche uno sbadiglio o uno scemo/ che sparigli le carte/ sottragga l'attimo del giudizio unanime».


L'evento 127 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Sarà condotto da Nella Roveri con intermezzi musicali di Stefano Liuzzo.

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cronaca  Il sabato di Festivaletteratura inizia nel segno delle donne e della poesia: al chiostro di San Barnaba va in scena "Una città di donne" con le poetesse Anna Maria Farabbi ed Elia Malagò. Introdotte da Nella Roveri, le due ospiti rivelano subito la forza lirica racchiusa nella potenza evocativa delle poesie lette al pubblico. Le due non potrebbero essere più diverse: mantovana Malagò, perugina Farabbi; raccolta nella riproposta delle proprie origini la prima, ripiegata sulla riflessione del proprio io e contemporanamente aperta all'esterno la seconda; entrambe, tuttavia, con decine di pubblicazioni all'attivo.

Fulcro dell'incontro la definizione, data da entrambe, della propria poesia e del poeta. Per Malagò il poeta è cavaliere inesistente, mendicante alle porte del Palazzo perché inventatosi cantore ufficiale; la sua poesia è invece basata sulla voce come modulazione sonora ma soprattutto come modo per raccontare qualcosa, che siano i personaggi della nativa Felonica oppure un'invocazione - ossimorica perché atea - a un dio che ci spieghi le brutture del mondo.

Per Farabbi la poesia è convivere con una mandorla atomica e trascriverne l'energia lirica. La sua poesia è apertura, quindi fiducia, verso l'altro e l'esterno; ma è anche canto, è rivolgersi ad un tu con cui condividere la vita, è studio interiore. É, infine, attenzione e rispetto per la parola, veicolo di bellezza assoluta solo se scostata dal male e dalla violenza e da usare con parsimonia ricordandosi la responsabilità e il rispetto dovuti al proprio interlocutore.

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