Atiq Rahimi con Maurizio Bono


Palazzo della Ragione 10 settembre 2009 - h 15:00
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«Scrivere è agire, è porsi di fronte alla storia». Nato nel 1962 a Kabul, Atiq Rahimi ha vissuto il periodo dell'invasione sovietica. Fuggito dall'Afghanistan, ha ottenuto asilo politico in Francia nella metà degli anni '80. I suoi romanzi (da "Terra e cenere" a "L'immagine del ritorno") raccontano le atrocità dei conflitti afghani degli ultimi vent'anni attraverso uno stile asciutto ed essenziale, capace di ridare una dignità e un volto a un popolo abbandonato alle sue macerie. Con il romanzo "Syngue sabour", lunga confessione di una donna afghana e nel contempo ritratto di una generazione che non ha conosciuto altro che guerra ed esilio, Rahimi si è aggiudicato il Prix Goncourt, massimo riconoscimento per la letteratura in lingua francese. Lo incontra il giornalista Maurizio Bono.


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cronaca  Sono le tre di un giovedì pomeriggio di inizio settembre: la voce calda e pacata di Atiq Rahimi avvolge il pubblico della Sala della Ragione e lo trasporta lontano. Lo scrittore afgano, intervistato dal giornalista Maurizio Bono, racconta, in francese, l'origine del titolo del suo ultimo romanzo Syngue Sabour, vincitore del premio Goncourt.
"Syngue Sabour" è la pietra della pazienza, una pietra magica capace di ascoltare le sofferenze delle persone e di assorbirle per poi esplodere, liberando chi si è confidato con essa. La metafora è duplice: da un lato, Rahimi paragona il suo paese roccioso ad una pietra della pazienza; dall'altro, l'oggetto richiama la storia narrata nel romanzo, la storia del dialogo muto fra un uomo in coma e la sua donna che lo assiste nonostante lui avesse cercato di ucciderla. Lo scrittore si è ispirato ad una storia vera, cui si è accostato, inizialmente, solo per curiosità. Pian piano si è lasciato catturare dal desiderio di capire, di entrare nella mente dei personaggi e di provare i loro stessi sentimenti; ha lasciato che la donna penetrasse nella sua pelle e ha cominciato a «scrivere, scrivere, scrivere».
La protagonista è dunque una donna con il suo corpo e le sue emozioni: questo spiega perché il libro in Afghanistan non è ancora stato tradotto, almeno per ora. Del suo popolo Rahimi, esule in Francia dagli anni '80, ammira l'energia, la voglia di andare avanti nonostante la povertà e la situazione precaria in cui versa il Paese. La stessa energia si ritrova nel libro, nel racconto della donna - vittima, certo, ma non inerme - e nell'ironia velata che vi si percepisce. «Le donne afgane sono più forti degli uomini», dice Rahimi; la stessa protagonista del suo libro non è un'eroina, ma una donna fra tante, con i suoi pregi e i suoi difetti, una persona qualunque che vive un momento di difficoltà e, come nelle tragedie classiche, grazie alla parola si rivela e si rivolta.
Eppure, paradossalmente forse è proprio il fatto di non voler creare un modello che ha reso più vera la protagonista di Syngue Sabour. Alla fine dell'incontro, lo scrittore ha letto alcune brevi poesie scritte da donne pashtun del sud dell'Afganistan: sogni, emozioni e voglia di vivere nascosti sotto un burqa a cui la letteratura, e Rahimi stesso, cercano di prestare la propria voce.

In Afghanistan tutti conoscono la pietra della pazienza. Si tratta di una di quelle credenze che vivono spaccate tra il mito e la realtà: talmente reali da andare oltre la realtà, talmente mitiche da non esserlo più. La pietra della pazienza esiste, tutti lo sanno. Si racconta che sia una pietra magica alla quale le persone raccontano le tristezze più profonde ed i dolori più nascosti. La pietra ascolta ed ascolta. Le persone raccontano e raccontano. I più intimi segreti, i giorni più duri, le paure più nere.
Ma un giorno la pietra esplode, così, improvvisamente.
E senza ragioni la persona è liberata dal peso di tutte le sofferenze e si ritrova libera da ogni tristezza. Questa è, in breve, la storia della pietra della pazienza e in Afghanistan, dicevo, tutti la conoscono.
Questo è anche il titolo dell'ultimo libro di Etiq Rahimi, premio Goncourt 2008. La storia di un uomo che ha ucciso la propria moglie e che, non sopportando più il peso di tale colpa, si è iniettato della benzina nelle vene. Si ritrova così in coma, fermo ed inerte sul letto di una alogena stanza d'ospedale.
In Afganistan, lo si sa, la libertà di espressione e il diritto alla parola non più essere accordato a chiunque. Il dialogo è spesso tranciato e la comunicazione mutilata.
Alla pietra della pazienza invece si può dire tutto.
Può essere qualsiasi cosa, esistere ovunque, in chiunque. Anche in un uomo malato, o in coma, all'ospedale. Ed è così che quell'uomo che ha falciato di gelosia la vita della propria donna e che le ha murato la parola, diviene l'occasione di essere pietra. In una stanza dell'ospedale la moglie riappare e confida e parla e dice e si esprime, come mai sarebbe stato possibile. Perché l'Afghanistan è un paese di guerra e di rabbia da trent'anni. Anche se tutti conoscono la Piera della pazienza, da sempre.
Il dialogo prima strappato si ricuce magicamente in quella stanza, in quella coppia, tra un uomo in coma ed una donna che non è più. E la moglie rivede nel marito una pietra, stravolgendo ogni rapporto di gerarchia: parlando, raccontando, pensando, desiderando.
Si raggiunge così una sottile emancipazione che è anche una elegante dichiarazione di poetica: «La letteratura è dare voce alle persone che non ne hanno». Allora l'Aafghanistan è un paese estremamente assetato di letteratura, di voce di parole e di bocche. Ma in fondo chi ne ha veramente? L'uomo? La donna? La pietra?
Forse nessuno e quindi la letteratura è dappertutto, insegna Rahimi. Perché in un paese in cui è difficile essere donna è anche duro essere uomo e tagliare la parola significa non avere parole. Ma tutto conoscono la storia della pietra della pazienza. Tutti parlano, confidano ed aspettando che esploda. Per sentirsi un giorno liberi completamente.

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