Maurizio Cucchi


Casa della Beata Osanna Andreasi 8 settembre 2004 - h 18.15
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Maurizio Cucchi ha parlato della poesia come di «un'esperienza... non passiva ma vitale, 'forte', profonda, spesso anche gratificante: un'esperienza di confronto attivo con la vera parola che parla, in un contesto in cui la parola, invece, è degradata, inflazionata, (...) oggetto destinato all'immediatezza del consumo». Da questo impegno a sottrarre la parola alla banalità, paradossalmente recuperando le parole più usuali, è caratterizzata tutta la produzione poetica di Cucchi. Lo incontra Elia Malagò.


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cronaca  «Macché produzione vasta, ho scritto pochissimo!». Si schernisce così Maurizio Cucchi, classe 1945, una volta presentato da Elia Malagò, anche lei poetessa e insegnante, di fronte ad un pubblico interessato e competente. Ma pochissimo sicuramente non ha scritto, soprattutto per un autore che vive la poesia intensamente, come gesto etico ma anche momento di percezione corporea, ricerca esistenziale continuamente inappagata. Mentre la Malagò traccia rapidamente le tappe di un'evoluzione stilistica e personale (ben nove raccolte ad oggi, dal lontano debutto de "Il disperso", 1976, che lo fece acclamare come una delle voci più autentiche della nuova lirica italiana, al ciclo dedicato a Glenn, fantomatico padre-figlio descritto con nostalgia ed affetto), il poeta condisce il tutto con riflessioni personali e spesso problematiche, rimanendo spesso sul filo della provocazione, ed alternando temi alti con una serie di aneddoti curiosi. Fra cui, guarda a caso, il ricordo di un festival letterario, quello di Castel Porziano del 1979, in cui fu bistrattato da un pubblico che aspettava solo Patti Smith. Ma i tempi sono evidentemente cambiati.

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