Antonio Prete con Elia Malagò

Chiesa di San Barnaba, Sagrestia 7 settembre 2012 - h 10:15:00
2012_09_07_060

Antonio Prete, nato nel Salento, docente di Letterature comparate all'Università di Siena, si occupa di autori europei tra Otto e Novecento, concentrando la sua attenzione sulla rappresentazione delle passioni nel linguaggio poetico, sull'avventura della traduzione tra le lingue, sul concetto di natura e naturale in letteratura. I temi della sua indagine critica tornano nella lingua poetica delle raccolte, "Menhir" (2007) e "Se la pietra fiorisce" (2012). «C'è qualcosa di là dalla parola/ disadorna o sontuosa,/ oltre il silenzio o la festa del suono,/ c'è qualcosa di là dal turbamento/ o dalla fredda atonìa,/ qualcosa che come luce nel vetro/ trapassa e dissipa l'ombra del dire/ qualcosa che chiamiamo poesia». Lo incontra Elia Malagò.

English version not available

cronaca  Le origini sono un punto d'arrivo e non di partenza. Sembra questo il monito più forte del lavoro poetico di Antonio Prete. Un personaggio poliedrico, autore di molti saggi (tra gli altri, numerosissimi quelli su Leopardi: "Il pensiero poetante", "Il demone dell'analogia", "Il deserto in fiore. Leggendo Leopardi"), di diverse opere in prosa e di narrativa, docente universitario di Letterature comparate all'Università di Siena, studioso attento di poeti contemporanei. Ma prima di tutto, uomo salentino legato alla propria terra e ai propri legami familiari e, dopotutto, poeta.
Nato a Copertino, nell'entroterra della provincia leccese, classe 1939, si avvicina all'ars poetica relativamente tardi, nel 2007. Non pare esserci una ragione precisa di questo approccio tardivo: eppure, il suo stile appare poetico anche in opere dalla diversa indole. Perché la poesia è per lui una passione di quelle che «non se ne vanno più poiché fatte di fedeltà, a tal punto che arrivano a coincidere con la vita stessa». Ed è una poesia che si fa portatrice e testimone di corrispondenze, perché aiuta a capire il senso delle cose e a sentirci in sintonia con esse. È una poesia che si fa musica: una viola ha intervallato la lettura delle poesie di Prete (ma l'autore ha preferito parlare di «dialogo» tra melodia e parole), nel terzo giorno del Festival, all'interno della Sagrestia di San Barnaba. Un contesto un po' dislocato dal centro di Mantova, così come la sua anima è lontana dal Mediterraneo a lei caro e ricco di suggestioni.
La poesia di Antonio Prete racconta d'amore, di paesaggi a cui è legato, soprattutto quello salentino e quello senese, della madre scomparsa all'alba in un giorno come tanti e che nonostante tutto continua a dare linfa vitale, come una «pietra che ha finalmente accettato di fiorire e rifiorire», per dirla con Paul Celan, autore caro a Prete. Per questo Elia Malagò, presentatrice raffinata dell'incontro col poeta, parla di una coincidenza tra vita e poesia come marca distintiva dei suoi componimenti. Molti di questi, scritti e letti in dialetto, poi tradotti: un modo in più per ricongiungersi con le cose, scavando nella loro etimologia.
Qualcuno ha sostenuto che non bisogna solo andare via, ma bisogna saper ritornare: era Renzo Piano, che incoraggiava i giovani ad andare lontano per poi riportare a casa tutto ciò che avrebbero imparato. Così la poesia di Prete, cerca di viaggiare il più possibile, per tornare a vedere le stesse cose di prima con «lo sguardo della seconda volta, conservando la luce e l'ombra di dove è stato».

archivio festivaletteratura
Il patrimonio dell'archivio è in fase di catalogazione, non tutto è disponibile sul sito. Se non trovi ciò che cerchi, contattaci