LAND OF ABSENCE. MEETING ADONIS

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Cinema Oberdan 4 settembre 2013 - h 19:00
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di John Albert Jansen, Paesi Bassi, 2013, 54'

Anteprima italiana

Cresciuto in uno sperduto villaggio del nord della Siria, Adonis è diventato il più affermato poeta della sua generazione: primo scrittore arabo a vincere il Goethe Prize e presenza ricorrente nella lista dei candidati al Premio Nobel. Le sue poesie sono ormai conosciute non solo nei paesi arabi ma nel mondo intero, e il suo rigore morale gli ha permesso di criticare da oltre mezzo secolo i regimi illiberali del Medio Oriente. Oggi, tra la Siria e Parigi, vive la sua vecchiaia con una invidiabile serenità, che lo porta ad affermare, con tenerezza ma senza sentimentalismo, che la vita e l'amore sono eventi transitori.

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cronaca  L'anteprima italiana del docu-film del regista Olandese John Albert Jansen (già noto al pubblico del Festival grazie al suo lavoro presentato alla kermesse 2012 in omaggio alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska) si presenta come una citazione del lavoro e dell'Opera di Adonis: un 'collage'.

Jansen sceglie di accostare tra loro elementi diversi ma tutti appartenenti all'arte del poeta siriano (Ali Ahmad Said Asbar): la musica, il canto, il ricordo, la testimonianza e (ovviamente) la poesia. Come Adonis attraverso questa particolare forma d'arte - 'il collage' - lega intimamente mani (il gesto fisico del tagliare e incollare), occhi (la ricerca di oggetti, colori e forme complementari) e mente (la poesia e l'architettura dei suoi lavori), raggiungendo quella libertà propria dell'atto di scrittura e delle arti visive, sperando di trovarla per sé stesso per il suo futuro, così il regista persegue il suo scopo giustapponendo tutto ciò che caratterizza e forma l'universo di Adonis, di quest'uomo che riveste un ruolo di primo piano nella cultura araba moderna, ed è divenuto a tutti gli effetti cittadino del Mediterraneo (egli infatti ha saputo costruire ponti tra le influenze occidentali e la tradizione araba, greca e biblica).

In tutti i cinquantaquattro minuti del film aleggiano una nostalgia impalpabile, un senso di mancanza e desiderio: è l'esilio, quella 'land of absence' che pervade ogni parola, ogni gesto lento del poeta. Tutto è 'esilio', non solo e banalmente il vivere fuori e lontano dal proprio paese natale, ma anche censura, interdizione, espulsione, la prigione e assassinio sono esilio - e per il poeta non resta che «...nessuna consolazione, non mi lamento ...», o come scrive nella lirica 'Tempo' «...cammino nella mia lunga ombra forse non c'è riparo nelle rovine ...». Per Adonis, spirito libero che niente trattiene, vissuto nel mondo agreste e vicino alla natura, la parola 'libertà' racchiude in sè il fondamento della sua opera e di tutta la sua stessa vita (prova ne furono le persecuzioni per le sue idee politiche, la prigionia o l'esilio).

Nelle melodie che risuonano, nelle poesie declamate, nei ricordi propri e degli amici e nella scelta dei paesaggi che si susseguono nel documentario si percepisce chiaramente l'amore per la sua Terra, l'amore per quella santa e disgraziata Siria, il legame intimo e complesso con l'elemento naturale, quell'elemento che plasma e dà forma all'uomo: sono molteplici infatti i richiami al vento, alla pioggia, alle stelle, all'acqua come alla nuda terra. La sua Terra è amore, forza, educazione, ma anche e terribilmente morte e distruzione. Eppure egli, amante deluso, non può che continuare ad invocarla, a cercarla e ad interrogarla in un flusso continuo di immagini «La strada e la casa mi amano. Il mio vicino mi ama. Le braccia stanche che migliorano il mondo mi amano. ... Cosa farà l'amore se anche io me ne andrò?», «Forse non c'è amore sulla terra, se non quello che immaginiamo», eppure, continua il poeta «Il mio paese scorre dietro di me come un fiume di sangue ... la spada della storia si è spezzata sul mio paese».

Ovviamente in questo dialogo trova spazio una riflessione sulla sua martoriata terra - «Il cielo ha catene alle caviglie (...) e le stelle pugnali alla vita (...) piangi Beirut, asciugati le lacrime con il fazzoletto dell'orizzonte...», sul suo mondo arabo, ma il poeta, saggiamente, evita lunghi e retorici discorsi politici, preferendo rifarsi alla storia e alla cultura del suo popolo. Egli infatti ritiene di non aver mai incontrato uomini così capaci di distruzione come quelli arabi e, aggiunge, sarà proprio questa loro terribile capacità che li porteranno alla sparizione. I suoi fratelli arabi sembrano vivere al di fuori della storia, consumando tutto ciò che producono, lodando il loro passato glorioso, ma senza tendere ad una vera evoluzione nel mondo moderno: per gli arabi è come se il tempo fosse circolare, senza cultura, arte o scienza, «Nulla, nulla, vuoto, le parole non possono riempirlo (...) non ci sono ostacoli all'orizzonte, solo nella tua testa». E forse è proprio per questo che il poeta ormai anziano stenta a riconoscere il fanciullo che era, il bambino cresciuto tra i campi e che sognava di andare a scuola per apprendere tutto il possibile «Il fanciullo che fui mi venne a trovare, volto sconosciuto (...) i nostri passi come fiumi (...) come il flusso di un torrente straniero ... cosa abbiamo da dirci?».

Nelle sue parole non si nascondono odio, risentimento o rancore, ma solo nostalgia e una profonda tristezza per la sua Terra 'del dolore' così lontana e così sempre vicina al suo cuore. Egli non può che continuare a scrivere a far arte. In "Poeti" Adonis tesse il suo discorso programmatico cantando «Non hanno dimora, scaldano il corpo della terra (...) non hanno dimora», e in un'altra lirica sembra aggiungere «Devo partire per il paradiso delle ceneri. Nelle ceneri ci sono anelli, siamanti e un vello d'oro. (...) Devo viaggiare affamato, vuoto...». Il poeta deve essere vuoto e riempirsi come un vaso d'argilla; deve comporre bella poesia e non contaminarla con messaggi politici o religiosi: il poeta deve essere libero e affamato.

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