IL DIALETTO DI MEDEA

Il paese più straniero
Chiesa di San Barnaba, Sagrestia 7 settembre 2013 - h 18:15
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La lingua parlata dalla Medea di Franca Grisoni appartiene «alla memoria biologica più che a quella culturale», come ha scritto Franco Brevini: il dialetto insegue il greco antico cercando l'arcaico, trasformandosi in nenia, balbettio, ululato, lingua della carne. Ed è nella corporeità totale che Grisoni ritrova nel personaggio di Medea le ragioni della sua poesia, permettendole di appropriarsi di questo mito attraverso i suoi diversi interpreti - Euripide, Apollonio Rodio, Pasolini, Heiner Müller -. Nel monologo scritto dalla poetessa sirmionese Medea è radicalmente la straniera, che parla la lingua della terra contro l'arroganza del potere, e che piange nei suoi figli uccisi tutti i figli mandati a morire per guerra o per mare, inseguendo ai nostri giorni l'illusione del benessere. Dialoga con la poetessa Federico Condello, ricercatore in Filologia classica presso l'Università di Bologna.

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cronaca  Da tempi remoti le ri-scritture ci aiutano a capire meglio i testi antichi. Ciò vale anche per le tragedie, nello specifico per "Medea" di Euripide. In realtà già Euripide, quando scrive Medea, ha alle spalle una serie di testi tradizionali come i ciclici sull'infanticidio. Contrariamente a quanto magari si è lasciato intendere Euripide prende Medea, una barbara, e la mette di fronte agli ateniesi. Però la fa parlare in greco, al pari di una greca aristocratica. I testi di Euripide sono dunque di estremo valore per i posteri. Da Euripide in poi la figura di Medea sarà legata a una serie di clichè, non necessariamente spregativi, ma in ogni caso cliché. Seneca, ad esempio, la descriverà come una maga, Apollonio Rodio ne farà una povera innamorata tradita. Il Settecento e l'Ottocento non aggiungono né tolgono nulla al canone del personaggio; col Novecento, invece, ci saranno ben due novità su Medea. La prima è il riconoscimento dell'innocenza sistematica di questa eroina (facendo un salto alla tradizione pre-euripidea); la seconda è l'etnicità, che d'ora in poi sarà imprescindibile da questa figura.
La riscrittura di "Medea" al centro dell'incontro è stata fatta in dialetto bresciano, lingua popolare che per voce di Franca Grisoni è riuscita a toccare vette di tragicità impensabili. La forma della riscrittura è scientemente quella del monologo: si tratta infatti della forma più agevole da portare in teatro. Si tratta di una Medea che si autodenuncia (riconosce di aver ucciso i figli) e denuncia poi tutto il male che le è stato fatto (Giasone invece sembra essere addirittura inconsapevole delle sue malefatte). L'eroina tragica lotta col drago e lo doma, anche se il drago le si rivolterà contro nel profondo dell'anima. Ad un certo punto le sue buone intenzioni saranno cancellate di colpo e di tutta la sacralità che all'inizio contraddistingueva il vello d'oro non rimarrà più nulla. Al termine dell'evento resta forte l'emozione suscitata da un'interpretazione, quella della Grisoni, assolutamente sopra le righe per la sua liricità e la sua poesia.

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