09/09/2005

Mahmoud Darwish e Elias Khuri con Elisabetta Bartuli


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«I ricchi hanno Dio e la polizia. I poveri hanno le stelle ed i poeti», si legge in un racconto del palestinese Mu'in Bsisu, allegoria tanto della assoluta necessità dell'arte e della cultura nella costruzione dell'identità di un popolo senza terra, quanto della laicità e della raffinatezza della letteratura palestinese. A Festivaletteratura si incontrano Mahmoud Darwish ("Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?"), considerato il massimo poeta palestinese contemporaneo, ed Elias Khuri, libanese, che con "La porta del sole" ha scritto un romanzo dedicato alla storia del popolo palestinese dal '48 ad oggi. Li intervista Elisabetta Bartuli, esperta di letteratura del Medio Oriente.

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Nel 1982, quando noi festeggiavamo l'Italia Mundial di Paolo Rossi, un po' più a sud Israele occupava la Palestina. Mahmoud Darwish incontra al Chiostro del Museo Diocesano Elias Khuri: probabilmente, il più grande poeta ed il maggior romanziere di lingua araba. Palestinese di nascita, Darwish parla d'amore raccontando la guerra. «Il poeta non può fermare la guerra», afferma, «ma può distinguersi dall'assassino». Il crimine della guerra è quello di far tacere la coscienza, trasformando la tragedia in spettacolo da schermo. Per questo è fondamentale scrivere, spiega Khuri: perché scrivere è innanzi tutto un atto d'amore. La resistenza estetica all'oscurità della guerra passa allora attraverso la letteratura, ma una letteratura, come quella araba, non religiosa, separata dai testi sacri: una letteratura secolare, caratterizzata da una lingua aperta all'influenza di altre culture.

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