11/09/2005

SCRIVERE UNA CITTÀ


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Il paesaggio si offre a volte come una rivelazione. E anche la città, in modo inatteso, proprio attraverso ciò che ci sta sotto gli occhi tutti i giorni, riesce a dirci come viviamo e come stiamo cambiando. Con il racconto della città si sono recentemente cimentati alcuni autori italiani delle ultime generazioni come Alessandro Banda ("La città dove le donne dicono di no") e Antonio Pascale ("La città distratta"), che al Festival si confrontano su forme e potenzialità narrative del ritratto urbano. Li presenta il giornalista Carlo Martinelli.


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Italiano

Affreschi di città incerte e di città che straparlano vengono tinteggiati stamattina nel cortile del pittore mantovano. Perché la città si scrive con la letteratura e non solo frequentandola o amministrandola dall'alto. Il laconico Alessandro Banda inventa il nome di una città esistente: si chiama Meridiano ma non è altro che Merano, la sua città. In una città fieramente in bilico tra due idiomi e due razzismi diversi, che marcano il suo necessario sentirsi minoritario, l'autore sceglie una terza lingua, composta da provocanti neologismi geografici. Per cambiare qualcosa dove nulla cambia da sé. Di un'altra città che non subisce «l'attrazione di ciò che manca», ovvero la Caserta del meridione ufficiale, ce ne parla invece il caustico Antonio Pascale. I due racconti sono meno stranianti e paradossali del territorio che le ispira, dove la fantasia del reale supera quella letteraria. È per tenergli testa l'unica arma efficace sono «gli anticorpi dello stile», stile che diventa strategia quotidiana e non solo «arte politica» d'emergenza.

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