10/09/2010

Niccolò Ammaniti con Marino Sinibaldi

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I romanzi di Niccolò Ammaniti sembrano viaggi senza guida in quelle zone d'ombra in cui la ragione tace e gli istinti più profondi prendono il sopravvento. Che a dominare la scena siano i mostri dell'infanzia che troppo presto si tolgono la maschera come in "Io non ho paura", o l'odio disperato della periferia umana di "Come Dio comanda", o ancora l'ignoranza e la volgarità promosse a classe dominante, come nel recentissimo "Che la festa cominci", difficilmente si riesce ad uscirne senza sentirsi in qualche modo segnati, complice l'abilità dell'autore a tenere chi legge costantemente immerso nella trama. Di scrittura e dintorni Ammaniti parla con il giornalista Marino Sinibaldi.


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Quante volte, da piccoli, passavamo lunghi pomeriggi a fissare il soffitto ad immaginare, ad inventare storie? Quante volte ci siamo chiesti «Ma che accadrebbe se...»? Niccolò Ammaniti ha avuto la stessa infanzia, si è fatto le stesse domande, e ora le scrive. Storie strane, fantastiche nella loro apparente assurdità. Adulti e bambini costretti molte volte in un luogo chiuso, immobili, ma proprio per questo esseri veramente senzienti, che crescono durante la narrazione insieme ai loro pensieri. «Mentre scrivo, è come vedere i personaggi muoversi in un acquario». E come in un acquario l'autore si diverte ad inserire nella vasca personaggi di tutti i tipi, a volte incompatibili, a volte fuori contesto, che però ad un certo punto raggiungono un assurdo equilibrio. È il mondo di Ammaniti, un mondo molte volte solitario perché una delle cose più interessanti nelle persone è «la solitudine delle cose che non si esprimono». Una caratteristica che permette allo scrittore di sondare l'animo umano, di osservare l'evolversi di situazioni che il fato mette improvvisamente di fronte ai suoi personaggi.

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