03/09/2003

NARRARE: QUELLO CHE RESTA, QUELLO CHE RESISTE


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Se la narrazione è uno scorrere di storie, ecco allora che il narratore sente spesso l'esigenza di afferrare qualcosa, di fermare quello che il flusso temporale del racconto rischia di trascinare via. Lidia Ravera, autrice di numerosi romanzi (tra cui "La festa è finita"), e Beppe Sebaste, filosofo non estraneo a prove narrative ("Tolbiac"), si confrontano su temi quali le stagioni della vita, il saper morire per ricominciare a vivere, ciò che nel tempo si deve perdere, ciò che si deve trattenere.


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Abbandonati soli soletti in riva al lago, come dice Lidia Ravera, non sappiamo cosa sentiremo né tanto meno cosa lei ci dirà. Mentre Beppe Sebaste spiega come la narrazione in sé sia più importante del soggetto, esattamente come il tono con cui viene letta una fiaba è più importante delle parole, Lidia inizia leggendoci qualcosa scritto espressamente per questa occasione; ci parla della vita che, pur partendo adagio, acquista velocità e non dà tregua, non concede soste, soprattutto nel corso della giovinezza, quando, come avvolti da un vento vorticoso, non si riesce a raggiungere un apice da cui guardare i propri giorni tranne quando si scrive. Chi scrive è fermo. Impone pause. Orchestra il tempo come più lo aggrada, perché solo con la scrittura le parole sottomettono il tempo al ritmo e al flusso del racconto. La Ravera ha iniziato a scrivere verso gli 8 anni per allineare le proprie paure, e non ha più smesso. E la scrittura è ciò a cui vuole istigarci, perché «quando le donne, principesse dell'autosvalutazione, osano scrivere, nascono personaggi che non sono raccontati: esistono». Il pubblico, anche quello maschile, concorda.

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