04/09/2003

Péter Esterházy
 con Francesco Cataluccio

2003_09_04_046
«Per me la grande cultura europea, quella che ambisce a comprendere la storia per leggere il presente, si muove nel triangolo tra Wittgenstein, Musil e Freud, guardando a Joyce e Svevo». Scrittore ungherese di sicura vocazione europea, Péter Esterházy si è imposto all'attenzione del pubblico internazionale con "Harmonia caelestis", in cui, attraverso la saga della propria famiglia, i nobili Esterházy, rilegge le vicende continentali degli ultimi 500 anni. Lo intervista Francesco Cataluccio, esperto di letteratura dell'Europa Centrale.
 L'evento 046 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente il suo svolgimento era previsto presso il Chiostro del Museo Diocesano.
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Italiano
Ungherese
Esterházy è un nome ungherese pesante, forse il più importante. "Harmonia caelestis", l'ultima e più famosa opera dell'autore, è un po' la storia di questa potente famiglia aristocratica, e un po' «la storia di una famiglia che prende forma perché raccontata». Aneddoti come le vene varicose del padre, sulle quali nei giorni festivi i figli possono tracciare una finta carta geografica e scorrere con le dita lungo i fiumi blu, si alternano a lunghi «testi ospite» di scrittori ungheresi e centroeuropei. Il libro è un «libromondo», senza inizio nè fine, in cui storie di pioggia, baci e morte sono raggruppate in ordine numerico, perché «com'era possibile legare una storia in cui tutti si baciano, piove e alla fine tutti muoiono?». E allora, basta pensare a un numero, e lasciarsi sorprendere!

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