07/09/2007

LA GUERRA FREDDA DEGLI SCACCHI


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Martedì 11 luglio 1972, nell'austera e lontana Reykjavík, prende il via quella che è stata unanimemente definita come la sfida del secolo. In piena guerra fredda, USA e URSS aprono un nuovo fronte di contrapposizione intorno a una scacchiera. Ad affrontarsi sono Bobby Fischer, il geniale e intrattabile sfidante americano, e Boris Spassky, campione del mondo in carica, il russo appassionato di Dostoevskij. A trentacinque anni di distanza Spassky, lo sconfitto, torna a parlare dei tanti significati di quella tormentatissima partita insieme a Guido Rampolli.


L'evento 065 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente era prevista la presenza di Demetrio Volcic, sostituito successivamente da Guido Rampolli.
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La vicenda personale di Boris Spassky diviene straordinaria proprio dopo la sconfitta con Fischer. Emerge durante la partita la figura calma e tranquilla che lo contraddistingue anche durante l'incontro a Palazzo San Sebastiano, al contrario dell'antipatico e irascibile campione americano. Lo stesso Spassky, raro esempio di equilibrio in un campione sportivo, afferma che l'essere campione del mondo gli pesava molto e il fatto di perdere il titolo lo rese immediatamente più libero, anche perché ormai era arrivato il tempo che Fischer vincesse in quanto effettivamente più forte di lui. Si sentì certamente più libero e sollevato, ma venne punito "politicamente" in patria al suo ritorno. Spassky non ama parlare del suo paese e dei risvolti politici che lo attraversano, è molto pessimista in merito, ma dai suoi racconti sulla sua storia personale si intravedono benissimo le ombre del regime sovietico passato. La leadership dell'Unione Sovietica negli scacchi durò dagli anni 50 fino al 1972 e ha rappresentato un punto fondamentale nella lotta al capitalismo. Per Spassky, invece, gli scacchi continuano ad essere un piccolo modello di vita, una piramide dove ogni pezzo ha la sua collocazione per importanza e tutti devono rispettare le medesime regole. Questa sua tranquillità ed equidistanza nelle cose, lo ha portato ad essere una persona molto felice e non si è mai pentito di nessuna scelta fatta. Frequenta ancora Fischer, definisce "un po' anatre, un po' orsi" i maestri scacchisti ed ha un sogno che ne mette ancora una volta in luce l'intelligenza: la Russia è ricca di un grande patrimonio culturale millenario e solo riscoprendo quel valore potrà sollevarsi definitivamente. La leggenda racconta che una volta un re vinse una grande battaglia per difendere il suo regno, ma per vincere dovette compiere un'azione strategica in cui suo figlio perse la vita. Da quel giorno il re non si diede più pace perché avrebbe voluto poter trovare un modo per vincere senza sacrificare la vita del figlio, e tutti i giorni rivedeva lo schema della battaglia, ma senza trovare una soluzione. Tutti cercavano di rallegrare il re, ma nessuno ci riusciva. Un giorno venne al palazzo un brahmino, Lahur Sessa, che, per rallegrare il re, gli insegnò un gioco che aveva inventato: il gioco degli scacchi. Il re si appassionò a questo gioco e, a forza di giocare, capì che non esisteva un modo di vincere quella battaglia senza sacrificare un pezzo, suo figlio. Allora il re fu finalmente felice e chiese a Lahur Sessa quale voleva che fosse la sua ricompensa: ricchezze, un palazzo, una provincia o qualunque altra cosa. Il monaco rifiutò, ma il re insistette per giorni, finché alla fine Lahur Sessa, guardando la scacchiera, gli disse: «Tu mi darai un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza, otto per la quarta e così via». Il re rise di questa richiesta, dicendogli che poteva avere qualunque cosa e invece si accontentava di pochi chicchi di grano. Il giorno dopo i matematici di corte andarono dal re e gli dissero che per adempiere alla richiesta del monaco non sarebbero bastati i raccolti di tutto il regno per ottocento anni. Lahur Sessa aveva voluto in questo modo insegnare al re che una richiesta apparentemente modesta poteva nascondere un costo enorme. In effetti, aveva chiesto 9223 quadrilioni, 372 trilioni, 036 miliardi, 854 milioni, 775 mila 808 chicchi di grano (2 alla 63 considerando 2 elevato a 0 della prima casella). Comunque, una volta che il re lo ebbe capito, il brahmino ritirò la sua richiesta e divenne il governatore di una delle province del regno. Gli scacchi quindi, già dalle sue origine leggendarie, è legato a filo doppio con l'arte della guerra, con le strategie della battaglia e con l'astuzia. Metafora migliore non si potrebbe avere nel 1972, in piena guerra fredda, per descrivere l'incontro del secolo tra Boris Spassky (russo, campione del mondo in carica e portabandiera della nazione a più grande tradizione scacchistica del mondo) e Bobby Fisher (americano e portatore, nella retorica mediatica, dei valori di libertà del mondo capitalista occidentale). A Reykjavik, sede della sfida, i capricci dell'estroso giocatore statunitense ebbero l'effetto di attirare l'attenzione di tutti i mass media verso quello che venne appunto definito «il match del secolo». L'incontro iniziò subito male per l'americano, a causa di una banale svista nella prima partita che condusse Spassky sul punteggio di uno a zero. Probabilmente innervosito da questa falsa partenza, Fischer prese a criticare le condizioni di gioco nella sala del match, imponendo che gli spettatori sedessero più lontano, che le telecamere venissero spente Tutte queste bizze, unite al fatto che Fischer non si presentò entro il tempo regolamentare per la ripresa dell'incontro, costrinsero l'arbitro ad assegnare la seconda partita per forfait a Spassky, che dunque si portava senza troppa fatica sul due a zero. Sembrava che ormai il match fosse finito, poiché il giocatore statunitense non pareva proprio intenzionato a rimettersi di fronte alla scacchiera, quando una telefonata del Presidente americano, con un appello esplicito all'amor di patria, indusse Fischer a riprendere il match. E partita dopo partita divenne subito chiaro agli osservatori che Spassky avrebbe perso presto il suo scettro. Difatti l'americano effettuò una rimonta travolgente e vinse il match col punteggio di 12,5 a 8,5. Fin qui la storia dell'incontro, legata indissolubilmente con la guerra fredda e la grande battaglia psicologica e propagandistica (senza dimenticare le guerre e i morti che hanno purtroppo costellato quel periodo) tra le due superpotenze.

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