07/09/2007

L'AMERICA FUORI DAL SOGNO


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Russell Banks scrive di quell'America che non si lascia raccontare facilmente. Le sue storie corali ("Tormenta"; "Il dolce domani, L'angelo sul tetto") sono popolate da personaggi disincantati che vivono ai margini del sogno americano, specchio di un paese smarrito che non sa più trovare la felicità. Lo incontra il giornalista e scrittore Antonio Monda.


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Un'America inedita, attraversata da profonde rotture tra scelte politiche e comune volontà popolare, debitrice all'Europa di un appoggio incondizionato e sincero ai più importanti movimenti di protesta: è quella che si delinea nelle parole di Russell Banks, scrittore statunitense di narrativa e poesia, intervistato da Antonio Monda, critico cinematografico e collaboratore alle pagine culturali de "La Repubblica". Nel Palazzo d'Arco, in uno degli incontri mattutini della terza giornata di Festivaletteratura, si parla di innocenza, legge e peccato, cinema (da due libri di Banks sono stati tratti altrettanti film, "Il dolce domani" e "Affliction"), rapporto tra politica e cultura, infanzia: Banks racconta di sé, della propria scrittura, del paese in cui vive, grande, complicato, deprecato. Disponibile e cordiale, lo scrittore mostra l'altra faccia dell'essere americano, in modo colto, intelligente, lontano da fanatismi ed ossessioni belliche. Nonostante una madre novantenne convinta democratica che però ancora si ostina a votare repubblicano. «Perché?», domanda lui: «perché», risponde lei, «Bush è contrario ai matrimoni gay». Si può essere americani in tanti modi diversi: patriottici fino al midollo, oppure critici, senza riserve. Russell Banks, scrittore e poeta statunitense, ci mostra un altro modo di appartenere ad uno dei paesi più amati/odiati dell'intero pianeta: un modo dotato di intelligenza. Intervistato da Antonio Monda, docente di regia alla New York University, collaboratore alle pagine culturali de "La Repubblica", critico cinematografico, in un affollato incontro mattutino al Palazzo d'Arco, Russell Banks, partendo dai propri lavori, affronta questioni delicate che trascendono la letteratura per accoglierla. I racconti di Banks, dallo stile asciutto, semplice, diretto, non lesinano nel descrivere emotività e sentimenti di personaggi tesi verso l'ignoto, in un mondo avvolto dal gelo, prima etico che reale. Ed è partendo da uno dei suoi personaggi, il ragazzino tredicenne di "La legge di Bone", così vicino ai suoi padri letterari Huck Finn e il giovane Holden, che la discussione vira verso un importante, delicato tema: l'innocenza. Quella di Bone, ma anche degli Stati Uniti se ancora oggi, in un presente fatto di paura, con la cicatrice dell'undici settembre ancora bene in vista, abbia senso parlarne. Un'innocenza tenacemente ribadita dagli USA, produttrice di fin troppi errori: primo fra tutti quello dell'invincibilità e dell'incorruttibilità, che ha condotto al vano e pericoloso tentativo di esportare la 'purezza' altrove. L'America, nel corso degli anni, ha tentato con scarso successo di imporre il proprio incorrotto modello fuori dei confini suscitando pesanti rifiuti, ma per Banks, paradossalmente, l'antiamericanismo evidente fino a qualche anno fa sta lentamente scemando: perché l'altra America, quella contraria alla politica ufficiale di governo, sempre più volge lo sguardo all'Europa mostrando lati deboli, mancanze, e cercando, allo stesso tempo, solidi appoggi su cui costruire una reale opposizione. Una fiducia riposta all'estero che i media statunitensi, comunque, continuano a non voler vedere privilegiando i lati negativi della critica interna. E se si domanda a Banks se la cultura sia, per natura, allineata o meno al potere dominante, di qualunque colore esso sia, la riposta è immediata: un secco no. Un no che vale tanto per il mondo dell'arte e della cultura, per gli intellettuali, quanto per la gente comune: non c'è (quasi) mai affinità tra gli ideali politici e i reali bisogni della popolazione, specie perché, almeno per quanto riguarda la situazione americana, i professionisti del settore sembrano sempre fare di tutto per convincere gli elettori a votare contro i propri interessi. L'America sta lentamente abbandonando quell'atteggiamento arrogante che tanti suoi presidenti l'hanno costretta a tenere, ma da un punto di vista culturale l'egemonia rimane invariata. Per un motivo molto semplice: da nazione costruita dagli immigrati quale è, non potrà che continuare ad essere un punto di riferimento per un mondo che, sempre più, è fatto di migrazioni costanti. Magari con un occhio al testo letterario più importante: la Dichiarazione d'Indipendenza.

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