07/09/2007

LA LONDRA DEGLI ALTRI


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Appena trentenne e già considerato la nuova star della letteratura inglese, l'angloindiano Gautam Malkani descrive con uno stile potente e senza pietà la realtà inquieta e il senso di abbandono delle minoranze etniche londinesi, dando così voce ai giovani immigrati di seconda generazione. Di integrazione, gioventù violenta e di come "Londonstani" sia da subito diventato un romanzo di culto, non solo per i giovani, Malkani parla con lo scrittore e giornalista inviato a Londra Enrico Franceschini.


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Trentuno anni, angloindiano, giornalista del "Financial Times", scrittore esordiente e allo stesso tempo promessa della narrativa inglese, Gautam Malkani, ha incontrato i suoi lettori nella Chiesa di Santa Paola. Con lui, per discutere del suo romanzo, Enrico Franceschini, corrispondente da Londra di "Repubblica". In "Londostani", nato come un progetto accademico e poi trasformato in un romanzo «affinché le informazioni trovate arrivassero a tutti i ragazzi», dipinge con una straordinaria vivacità espressiva, che fonde lo slang delle periferie londinesi con il punjabi e il gangsta rap, un quadro provocatorio della cultura giovanile metropolitana, riuscendo a raccontare il senso di abbandono e di autoinganno degli adolescenti in violenta contrapposizione contro tutto ciò che etnicamente integrato e politicamente corretto. Quella dei "Londostani" è una strana e relativamente nuova categoria di individui che si trovano al confine tra identità originale, identità acquisita e etichetta identificativa applicatagli da chi li circonda. È un concetto, quello espresso da Gutam Malkani venerdì pomeriggio durante l'incontro nella chiesa di Santa Paola, che possiede potenzialità ancora inesplorate e che lui tenta di descrivere così: «I londonstani sono quei giovani londinesi con origini asiatiche ed identità britannica. Portano con loro un bagaglio di tradizioni culturali della terra d'origine che gli sono state trasmesse dalla famiglia, possiedono a tutti gli effetti un identità britannica dovuta al fatto che in realtà è lì che sono nati, e si sentono profondamente londinesi. Ma nel concetto di londonstani c'è di più. Va da sé, infatti, che mentre l'identità nazionale possiede una connotazione violenta (lo stato può infatti essere identificato anche con un esercito), l'etichetta metropolitana di Romano, Parigino, Londinese o Neworkese elimina questa caratterizzazione». E il riferimento corre veloce verso i tristi fatti di cronaca avvenuti negli ultimi tempi proprio a Londra, verso la violenza con la quale i giovani (e sempre più spesso i giovanissimi) non autoctoni reclamano un loro spazio vitale, una loro identità che sia differente da quella di chi inglese e lo è a tutti gli effetti. Tanto che non sono più gli emarginati o gli immigrati della classe proletaria ad assumere uno stile di vita violento ed aggressivo, ma a questo genere di pratica, ora, partecipano anche i ragazzini delle classi medio-alte, che non subiscono in alcun modo le vessazione subite, invece, dai loro genitori. «Fino agli inizi degli anni '90 - continua Gutam - gli immigrati indiani avevano un rapporto ossequioso con la società britannica, erano educati e rispettosi, come se si sentissero in dovere di fronte alla madrepatria. Ma quella era l'epoca del postcolonialismo e il loro comportamento era stereotipato. Negli anni '90, invece, gli immigrati assunsero un comportamento etnico più aggressivo, di rigetto rispetto alla società che li circondava e soprattutto i giovani (dunque le seconde generazioni) hanno cercato, con la violenza, di affermare la loro identità originale». È esattamente quello che accade anche in Londonstani, il libro d'esordio di Gutam Malkani, nel quale questi ragazzi Londonstani, appunto, sembrano assumere uno strano comportamento, definibile razzismo al contrario. Non sono i londinesi ad essere razzisti verso di loro, ma loro stessi che tendono a ghettizzarsi per combattere la società che li ospita. «Sì, è vero, questo accade per molti immigrati di seconda e terza generazione, ma non è un meccanismo del tutto negativo. Serve infatti a questi gruppi per sviluppare e difendere la loro identità ai fini, almeno nella maggior parte dei casi, di una successiva reintegrazione».

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