07/09/2007

IL CANTANTE AL MICROFONO. Omaggio a Vladimir Vysotskij


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Il cantante al microfono è un progetto dedicato a Vladimir Vysotskij, il grande attore, poeta e cantautore russo duramente osteggiato dal regime sovietico e tragicamente scomparso nel 1980. Dal corpus delle sue canzoni Finardi e Del Corno hanno scelto sette canzoni fortemente rappresentative della tensione etica, spirituale, politica e dell'ironia corrosiva che ne animava il lavoro. Nella prima parte della serata Demetrio Volcic e Sergio Secondiano Sacchi racconteranno il percorso umano e artistico di Vysotskij, e la sua tragica lotta per il diritto al dissenso.



L'evento 109 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente era prevista la presenza di Demetrio Volcic.

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I atto. Due figure Beckettiane appaiono sul palco. Non hanno nome, dal palco non sappiamo chi sono. «Nessuno dei due è Eugenio Finardi», dice improvvisamente Filippo del Corno. «No» approva Sergio Secondario Sacchi. «Parlaci di Vladimir Vysotskij» dice il compositore del Gruppo di musica contemporanea. «Con piacere» risponde il traduttore italiano di Vysotskij. La vita scostante del poeta, impegnata a combattere il virus della censura, a cantare la dignità non ritenuta tale, a diffondere il sentimento di umanità del diverso. II atto. I due se ne vanno, Entrano i Sentieri Selvaggi, prendono cordialmente posto. Un lato della scena rimane vuoto. Perché? Ritmo, accordo di strumenti, musica. Era atteso ed eccolo: Eugenio Finardi. Le sue antiche movenze slave. La voce profonda e flessibile. Persino le pause. Tutto richiama il Vysotskij. I temi sono toccanti ma l'atmosfera è vitale. Perfetto stile russo. III atto Un video di Demetrio Volcic sul poeta, l'unico esistente. Ripercorriamo la vita del Nostro in trenta minuti Rai. Un occhio, quello del regista, che non documenta l'uomo ma ne condivide l'umano. Improvvisamente qualcuno ha smesso di esistere. Erano gli anni settanta, quasi. Al ritorno in patria un collega chiede a Vladimir Vysotskij: «Raccontami un po' dell'occidente». Vladmir era appena tornato dalla Francia, dove si era sposato con un'attrice francese di origini russe. «L'occidente è uno strano posto: all'inizio hai voglia di comperare tutto, poi hai voglia di rubare tutto, infine romperesti tutto». Questa risposta riassume bene il Nostro, la cui vita si perde poi nella nebbia e nel mito. Complice la vodka, i lontani freddi russi, il regime. Ecco, lo vediamo. Giovane, spalle larghe e capelli scuri e lunghi, come le sue notti. Inizia a salire sui palchi di mosca, piccoli, il legno cigola come la politica che lo immerge. Dostoevskij e Bulgakov sono i suoi maestri sul palco. Trasformazioni, dissidio, rottura. Ben presto, senza saperlo, si dà alla musica e diviene il primo cantautore russo, un genere di nicchia al tempo. Trasformazioni appunto. Improvvisamente scompare. Per Mosca rimane ufficialmente attore, ma lui scrive testi e li canta, anche. Il governo non accetta ed il suo nome non appare né tra i poeti, né tra i cantanti ufficiali. Scompare il suo volto, appare la voce. Un ragazzo ucciso dai servizi segreti, la follia dei manicomi, la vita operaia alle osterie, sono i soggetti delle sue canzoni. Soggetti scomodi. La censura non gli viene mai direttamente sbattuta in faccia: no, con un poeta amato dal popolo ci vuole il gioco sottile. E sottilmente lo boicottarono. Dei suoi dischi non ne uscirono che poche registrazioni, solo otto copie della sua rivista, la morte venne taciuta dalla stampa. Comperare, rubare, distruggere. Cercare di entrare nel gioco, stravolgerlo, infine distruggerlo. Il Nostro ha fatto proprio così. Facendo l'attore ha cercato di rispettare le regole di Mosca, poi il cantante-poeta avrebbe voluto sottrarsene ma non glielo hanno permesso. Vladimir è scomparso, non lo si trova più nei teatri della Mosca bene. Ora è nelle fabbriche, nelle osterie nei vecchi teatri che cigolano. Le sue cassette passano di casa in casa, di copia in copia. Detesta la censura e cerca la libera espressione del pensiero. Ha previsto la libertà dal basso, e l'ha ottenuta, a discapito di una vita difficile, sregolata e reattiva. A quasi vent'anni dalla sua scomparsa, oggi i suoi gesti sono più attuali che mai. La lama fina della censura, le politiche del controllo, i pericolosi pseudoufficialismi minacciano l'arte come piogge di settembre. Che fare? Ripensiamo al Nostro: «L'occidente è uno strano posto: all'inizio hai voglia di comperare tutto, poi hai voglia di rubare tutto, infine romperesti tutto». All'improvviso è necessario rompere, smettere di esistere, anche solo per essere poeti, cantanti. Semplicemente uomini.

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