03/09/2008

Elio Pecora con Mario Artioli


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Elio Pecora, «poeta di nascosta classicità», drammaturgo, favolista - finissime le sue riscritture da "Lo cunto de li cunti" di Gian Battista Basile - biografo di Sandro Penna, curatore di importanti antologie di poesia del Novecento, ha esordito nel 1970 con La chiave del vero e riunito nel 1997 in Poesie le sue precedenti raccolte. Col recente "Simmetrie" ha probabilmente conseguito i risultati più persuasivi di una lunga militanza poetica che ha accolto «la vita in tutta la sua necessità». Lo incontra Mario Artioli.

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Italiano
Nell'incantevole cornice del Chiostro di San Barnaba, sempre più luogo della poesia di Festivaletteratura, Mario Artioli presenta Elio Pecora, uno dei maggiori poeti italiani viventi. Campano d'origine, ma romano d'adozione, da oltre trent'anni attivo nelle varie direzioni dell'ambito letterario, Pecora dà voce a una poesia che, in un mondo dominato da ansia e rumore, è dono, nutrimento, per chi ancora ne sente la necessità. Elio Pecora si dimostra disponibile, modesto, insiste sull'importanza del testo, di fronte alla quale la figura del poeta scompare. Parla e racconta con estrema semplicità e tenerezza dei suoi amici poeti ormai scomparsi (Sandro Penna, Rodolfo Wilcock, Amelia Rosselli), anteponendo l'affetto all'aspetto professionale. Legge alcuni suoi testi e definisce la poesia come «scioglimento» di tutto quello che di noi stessi è ancora in catene: la poesia ci porta davanti alla parte nascosta, ombrosa di noi stessi, dà parola ai nostri sentimenti conducendoci alla conoscenza della nostra interiorità. Tutto questo tuttavia può spaventare, implica dei rischi, richiede coraggio; ma se il lettore saprà lasciarsi prendere per mano dalla poesia, imparerà non solo a guardarsi dentro, ma anche a vedere le simmetrie dalla vita, a scoprire la luce nel buio e viceversa, la tenerezza nella malinconia, la fine nel principio. Tutto il resto è ritmo, quella musica che soltanto la poesia sa creare; da cui il pubblico, specialmente se avvolto come oggi dalla luce del tramonto, non può che lasciarsi trasportare. Spaziani, Bertolucci, Penna, Montale, Scarabicchi, Raboni, Saba, Cucchi, Luzi, Morante, Moravia, D'Annunzio, Rosselli. Parlava con loro del quotidiano, Elio Pecora, dei giorni, delle cose, della spesa e di cosa fosse successo il giorno prima. Pecora ha conosciuto tanti ed ha fatto tanto: ricerche, redazioni di programmi Rai, ha fondato riviste e naturalmente ha scritto. Ha scritto tanto. Mario Artioli lo ha presentato così, come un poeta che ha vissuto a Roma, romano ma nato in un paesino del Cilento. Che ha conosciuto i più grandi scrittori e poeti del secolo e se «ciò che fai decide ciò che sei», come diceva Sartre, allora Pecora è uno di quelli. Indubbio. Ma prima ancora di essere fatto grande dai grandi, Pecora ha fatto grandi alcuni grandi. Primo tra tutti Sandro Penna, amico, confidente e materia di studio infinita. «Leggendo i suoi versi Pecora lo ha consegnato all'eternità, ed è diventato lui stesso poeta di nascosta classicità» ha continuato Artioli. «Nemmeno mi ricordavo di aver fatto così tante cose ma», racconta Pecora, «I libri passati sono quelli degli altri, quelli che ci appartengono sono invece i libri futuri». E si inizia a parlare di idee, di onestà, del rapporto che il poeta e la poesia devono avere con il proprio pubblico. Di simmetrie, quelle del passato con il futuro, quelle dell'io con l'altro, quelle del conoscere e del riconoscersi. Arrivando a dire che riconoscere le simmetrie è riconoscere il futuro, scrivere del poeta e l'imminente leggere del proprio pubblico. Poi è arrivato il momento della poesia. Ore 19,45, Elio prende il suo ultimo libro in mano e legge: "Sul fondo" è la prima poesia, e a seguire un'altra decina di testi. Ore 20,15, le parole sono bastate per portarci dalla luce del pomeriggio mantovano al tramonto serale di un chiostro senza città. Fatto di metropolitane, di una fanciulla gentile, della sua amica Rosselli e di una Roma dalle vie già sentite.

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