10/09/2010

ABDUL SAMAD, LIBRAIO A KABUL


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Abdul Samad vendeva libri di fronte all'hotel Spinzar, nel cuore di Kabul. Non sapeva leggere, non sapeva scrivere, ma i suoi occhi riuscivano a memorizzare bene i dettagli di ciascun libro. Poi, quando nel 1973 fu proibito il commercio ambulante, iniziò a consegnare i libri direttamente nelle case dei clienti. Tra questi c'era una giovanissima francese studiosa di Islam, May Schinasi, a cui Abdul Samad portava libri, riviste, cartoline e fotografie. Tutti questi materiali accumulati negli anni formano oggi un patrimonio di oltre duemila pezzi che vanno dall'inizio del Novecento fino agli anni '70: da essi emerge il volto di una città sconosciuta e piena di vita, ben diversa dalla Kabul sfigurata dell'inizio del ventunesimo secolo. May Schinasi racconta la straordinaria storia di questa collezione in dialogo con i giornalisti Daniele Protti e Valerio Pellizzari.


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Italiano

Ore 11.30, Seminario Vescovile: May Schinasi, Valerio Pellizzari e Daniele Protti discutono di Kabul e più in generale dell'Afghanistan. Ma ancor più in generale del rapporto che gli occidentali hanno avuto con questo paese dal tempo della colonizzazione. L'occasione è proprio lei: May Schinasi. Pellizzari la presenta ma non ci parla molto della sua vita; non è una donna pubblica, dice, preferisce la riservatezza. Gli aneddoti da lei raccontati sono toccanti spunti di un vivo dibattito sull' Afghanistan, la sua storia e le invasioni subite. Di un degrado del paese venuto dall'esterno. Arrivata a Kabul nel '54, Schinasi ha ricercato le tracce perdute della memoria della città attraverso il toccante rapporto con un libraio ambulante che non sapeva né leggere né scrivere, ma che aveva ottima memoria, a cui poi un giorno è stata tolta la possibilità di vendere libri sul suo muretto.

Dagli aneddoti si passa all'analisi storica. Ai tempi della colonizzazione, quando gli inglesi si impossessavano di una città, si costruivano un quartier generale all'esterno di essa. Le popolazioni locali venivano impiegate nei lavori e la città veniva lasciata in qualche modo autonoma. Alla fine degli anni '70 i russi fecero lo stesso e non distrussero Kabul perché i loro funzionari occupavano le amministrazioni locali. Con l'invasione americana del 2001 tutto cambiò. Si fece un grave e anacronistico errore logistico: si invase la città e si collocò il quartier generale al centro. La popolazione locale risultò esposta ad attacchi terroristici e la sicurezza dei luoghi molto più difficile, senza pensare alla rabbia sociale di una città che ha il suo cuore nevralgico in mano agli stranieri. Un degrado insomma che dall'esterno è giunto in pieno centro. Il ritiro sembra imminente, gli olandesi sono già partiti. Ma quel centro città abbandonato dai soldati sarà ora difficilmente abitato e risulta destinato ad essere vuoto di memoria e pieno di macerie. Tutto per un mea culpa occidentale arrivato troppo tardi.

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