06/09/2012

PAROLE E VISIONI DALLA TERRA DEL SOGNO. Padre Alberto Maria De Agostini e la Patagonia

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Bruce Chatwin e Luis Sepúlveda ancora non erano nati quando Alberto Maria De Agostini iniziava ad esplorare le terre della Fin del Mundo e a tracciarne le prime carte. Padre salesiano, fratello del fondatore dell'omonimo istituto geografico, De Agostini dedicò la sua vita a descrivere le montagne della Patagonia allora sconosciuta, contribuendo con le sue straordinarie fotografie e le primissime riprese cinematografiche a consolidarne il mito di terra incontaminata e quasi irraggiungibile. Laura Pariani ("Le montagne di don Patagonia"), attraverso le parole e le immagini di padre De Agostini, ci restituisce il profilo spirituale e la misteriosa bellezza di questo mondo remoto.

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Si spengono le luci al Teatro Bibiena e, illuminata dall'occhio di bue, appare Laura Pariani, vestita di nero con i lunghi capelli sciolti sulle spalle. Niente deve rubare attenzione alle immagini che lentamente iniziano a scorrere sullo schermo. Raccontano il viaggio di padre Alberto Maria De Agostini, che da missionario approdò in Sud America nel 1910 e insieme alla comunità dei salesiani tentò di proteggere le comunità indigene dall'azione del popolo occidentale.
Mentre la scrittrice parla, scorre una parte del video realizzato da Maurizio Pellegrini proprio in occasione del centenario dall'arrivo di De Agostini in Patagonia e del cinquantesimo dalla sua morte. In questo documentario scorrono insieme le fotografie scattate nei primi del '900, sovrapposte e accompagnate da quelle registrate di recente che mostrano la situazione attuale del paese. Si intrecciano fotogrammi in bianco e nero della sua infanzia tra le montagna biellese, immagini dello Hielo Continental (il Sud America meno turistico e più selvaggio) ritratti degli indios e della loro vita in quei territori.
È come se lo avessimo davanti, padre De Agostini, mentre seduto ad un tavolo sfoglia un album con le fotografie della sua vita.
L'altra protagonista è la voce di Laura Parini. La scrittrice racconta De Agostini che racconta storie: la sua voce cambia mano a mano, passa da dolce a feroce. Accarezza la cadenza piemontese mentre riporta vecchie storie tradizionali secondo cui «per capire un biellese ci vogliono sette anni e un mese» e si mescola all'argentino mentre riporta episodi di vita vissuta o si sofferma sulla violenza terribile che all'epoca le popolazioni cosiddette civilizzate riservavano agli indios: «se un orecchio era considerato bottino di guerra, squartare una donna incinta valeva per due». Il tutto «per delle pecore».
Nella storia di questo missionario esploratore sorprende che Dio quasi non venga nominato, ma la sua presenza si leva in ogni racconto. Nella forza, nella speranza, nella lotta ai soprusi e nella contemplazione di questi posti meravigliosi. Perché «raccontare il 'Vangelo' significa anche fare cultura».

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