07/09/2012

DA RAUSCHEMBERG ALLE ROSE

2012_09_07_096

«In un vivaio le piante si vendono, in un giardino le piante si vedono: e questo cambia molto le cose»: facendo tesoro di questo possiamo prepararci all'incontro con Anna Peyron, giardiniera-vivaista che affonda le proprie radici culturali e di passione nel mondo dell'arte informale torinese. Ci interessa soprattutto indagare i percorsi intrapresi da una persona così speciale per scoprire come parlando di rose si aprano orizzonti su luoghi, tempi, grandi giardiniere del passato che tanto hanno amato questo fiore. Ne parla con l'artista Matthew Spender.

English version not available

Italiano

Nelle antiche leggende greche e romane, ove affondano le nostre radici culturali e da cui attingiamo il contenuto in toto del nostro immaginario, si narrava che Afrodite, per salvare l'amato Adone inseguito da un cinghiale, fosse rimasta impigliata in un cespuglio, pungendosi, e dal suo sangue fossero sbocciate delle rose rosse e forti, proprio come la sua passione. 
Il topos dell'amore legato indissolubilmente a questo fiore arriva ai giorni nostri sostenuto da una tradizione autorevole che, da un carme di Catullo passa per il "Roman de la Rose", antico poema allegorico-didascalico francese, la cui trama si sviluppa attorno agli sforzi di un giovane di custodire un bocciolo per non intaccarne il valore, fino a giungere al capolavoro contemporaneo di Umberto Eco. 
Impossibile dimenticare «Angelica a Medor la prima rosa coglier lasciò»: Ludovico Ariosto, nel suo "Orlando Furioso", oggetto di discussione, lettura e reinterpretazione degli eventi n°106 e 117, allude alla passione che travolge la principessa del Catai e il fante saraceno.
 Anna Peyron, «vivaista anomala» di Castagneto, racconta al pubblico della Casa della Beata Osanna il proprio percorso e la stretta correlazione tra mondo dell'arte e dei giardini, in un viaggio che parte dal 1964 quando, alla Galleria Sperone di Torino, negli anni di fermento e innovazione che hanno accompagnato la nascita del movimento pop, viene a contatto con artisti concettuali e dell'arte povera.
 Questa vita totalizzante, di continue scoperte, di incessante ricerca, in cui si condividono «feste, matrimoni, nascite, amori, litigi, incomprensioni», costituiscono una tappa fondamentale per il suo iter, da cui non potrà prescindere il suo futuro progetto, che nasce dall'acquisto di alcune piante grasse da un fiorentino, ma prende la direzione attuale dopo il decisivo incontro con John Scarman.
 Il coinvolgimento totale di Anna la spinge in Francia, in Germania e Inghilterra, dove rimane folgorata dal Chelsea Flower Show, e in particolare da un piccolo giardino elisabettiano in cui ogni rosa era stata catalogata in base al nome del suo creatore, alla specie e alle sue caratteristiche intrinseche.
L'affascina l'ordine di questi cartacei, l'incredibile enciclopedia che tenta di classificare la natura e imbrigliarla tramite la nomenclatura.
«Sono malata di libri, di ciò che resta scritto»: questo è il motivo che la sprona ad intraprendere a propria opera, il proprio catalogo.
 Anna aveva bisogno di modelli a cui ispirarsi, «maestre» a cui affidarsi: le trova in Giuseppina di Beauharnais che, nell'attesa del marito Napoleone, impegnato nella campagna d'Egitto, si consola con le 250 rose, galliche per la maggior parte, contenute nel parco della Malmaison, e in Vita Sackville-West, che amava affermare «ubriaca di rose, mi chiedo quale raccomandare».
 Altre fonti di ispirazione sono Marguerite Caetani, capace di ornare con rose rampicanti una città medievale nel cuore della pianura pontina, trasformandola nel giardino di Ninfa, Lavinia Taverna, autrice de "Il giardino mediterraneo" abilissima ad abbellire una nuda striscia di pascolo senza attrattive, partendo da una bustina di semi di godezie, e Gertrude Jekyll, ex-pittrice e artefice di "Roses for English garden", volume mai pubblicato in italiano.
 È qui che interviene Matthew Spender, con la sua sottigliezza e ironia, ad integrare il discorso con la propria riflessione sociologica: il giardino inglese riproduce su piccola scala un aspetto d'identità nazionale, un mezzi per integrare i campi coltivati con il mondo della natura, da lasciar entrare fino alla porta di casa. 
Lo scrittore, trapiantato in Toscana, intrattiene il pubblico con aneddoti personali e, mentre la vivaista dispensa consigli sulla coltivazione di particolari fiori, annuncia di aver esaurito il proprio compito e di potersi «defilare, in classico stile inglese».

1Luoghi collegati

1Enti correlati