08/09/2012

UN RACCONTO DI FAVOLE AMARE

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Storie dette a margine di altri spettacoli, racconti scritti in fretta e poi riletti e ri-detti, messi da parte e ripescati. Un repertorio pensato, scritto e portato in scena in questi ultimi sei anni. A queste storie se ne sono aggiunte col tempo altre, nate per spiegare che cosa è il carcere oggi: le vecchie e le nuove hanno finito con l'assomigliarsi, come le persone che a forza di convivere prendono le stesse abitudini. Ascanio Celestini legge e racconta da Io cammino in fila indiana e Pro patria.

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Italiano

Ascanio Celestini è un fiume in piena. Comincia lo spettacolo parlando di barzellette e raccontandone alcune sui carabinieri. 
Quante sono le barzellette sui carabinieri? Tre, perché le altre sono verità. Il meccanismo del racconto comincia quando 
qualcuno narra e altri ascoltano. La barzelletta è un racconto orale: è fondamentale l'ironia perché favorisce la dialettica.
 Non ci si deve mettere mai ad un livello più alto delle persone che ascoltano. Diverte il pubblico con la sua ironia coinvolgendo
 nel racconto Berlusconi ed il suo raccontare barzellette. Successivamente, cita il suo libro "Io cammino in fila indiana", 
in cui l'ironia non è fine a se stessa ma è utilizzata per far riflettere: «Io cammino in fila indiana. 
Io sono il numero 23724.
 Non lo posso dire con certezza. È una cosa che ho dedotto dal fatto 
che quello che cammina davanti a me mi ha detto che lui è il 23723. 
Perciò se la matematica non è un'opinione io sarei proprio il 23724.
 Io cammino in fila indiana.
 Camminando vedo quello che cammina avanti a me.
 Gli vedo la nuca, il collo, le spalle e la schiena, il culo e le gambe e infine le scarpe.
 La faccia non posso vederla.
 Non gliel'ho mai vista.
 Io cammino in fila indiana.
 Ma il numero 1, il primo della fila, quello l'ho visto.
 Lo vedo sempre. Lo vedo in televisione.
 È numero 1 che ci dice 'andare piano' e noi tutti camminiamo piano. È numero 1 che ci dice 'andare forte' e noi tutti camminiamo forte.
 Numero 1 ci dice anche 'marciare' e noi tutti a marciare.
 Io cammino in fila indiana.
 E a un certo punto vedo uno che cammina a fianco a me». Gli spunti di riflessione non finiscono ma continuano con un racconto sui poveri ed il loro riempire bottiglie con le uniche cose che possiedono: fame, sete, orgoglio, libertà e povertà. I ricchi acquistano le bottiglie dei poveri perché loro possono comperare quello che vogliono ed alla fine ai poveri resta solo la possibilità di ciucciare una mentina alla menta. La spettacolo continua e i protagonisti diventano Fratino e Fratone con la loro storia tratta dal primo libro di Celestini: "Cecafumo. Storie da leggere ad alta voce". Infine, prima della buonanotte, Ascanio Celestini scocca il colpo ferale. Prende per mano il pubblico e lo fa riflettere su quello che farebbe Gramsci se fosse ancora vivo. Gramsci chiamerebbe un poeta a fare il ministro della cultura, non un barone universitario. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe un lavoratore precario a fare il ministro del lavoro. Uno per il quale la precarietà non è una parola da pronunciare con la lacrima bensì una condizione per la quale si vive quotidianamente e per la quale non ci sono più neppure lacrime da versare. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe un contadino, umiliato sulla sua terra costretto a vendere primizie a un decimo di quanto le rivende il suo mediatore. Lo chiamerebbe a fare il ministro dell'agricoltura. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe la sorella di Stefano Cucchi o di una qualunque altra vittima che uscendo di casa, incontrando una divisa, in un modo o nell'altro non è tornata a casa viva. La chiamerebbe a fare il ministro, una persona che può parlare della giustizia perché ha conosciuto l'ingiustizia. Gramsci farebbe così. 
Chiamerebbe un pacifista, un cardiochirurgo che invece di fare i miliardi nelle cliniche svizzere, se ne va ad operare i bambini gratis in Africa e lo metterebbe a fare il ministro della difesa. Non un generale con i cannoni in mano e il mitra in tasca, perché mettere un generale come ministro della difesa è come mettere un piromane a capo dei pompieri. 
Gramsci non farebbe così. Chiamerebbe un italiano, uno di quelli che è nato in italia ma che si è fatto 18 mesi di detenzione in un CIE solo perché figlio di stranieri. Si scuserebbe con quell'italiano e gli chiederebbe di fare il ministro degli esteri. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe il parente di una vittima di una strage di stato a fare il ministro degli interni. Sì, Gramsci farebbe così...

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