09/09/2012

LAVORARE TRA SILENZIO E IDEE

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«Secondo me vale la pena concentrarsi sul valore comunicativo del progetto. Quando un oggetto ha qualcosa da dire per me è già fonte di soddisfazione». Paolo Ulian è uno degli esponenti della nuova generazione di designer italiani, i cui progetti conquistano per la loro semplicità e ironia. Nella conversazione con Beppe Finessi, Ulian illustra uno dei principi base del suo lavoro: quello di affidare agli oggetti il difficile compito di trasmettere idee e di raccontare delle piccole storie.

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«Ma lo si può fare in un altro modo», usava ripetere spesso il grande Bruno Munari. Una lezione che il designer Paolo Ulian ha appreso velocemente, mostrando una capacità di innovazione continua caratterizzata da un forte sentire etico e un profondo amore per la materia, sia essa marmo, legno, ceramica o terracotta. 
Con un atteggiamento progettuale che molto lo accomuna al pensiero di Angelo Mangiarotti, Ulian sottolinea come il design contemporaneo debba indagare tipologie di oggetto sempre nuove, guardando al quotidiano con occhi curiosi e assecondando i più piccoli gesti consueti. Perché intervenire sulle piccole dimensioni è il progetto più difficile, ma anche il più sorprendentemente rivelatore, il più vicino alla vera essenza delle cose. Affascinato dall'intervento passionale del tempo, che interviene sulla struttura degli oggetti modificandola, Ulian dichiara la sua abitudine a conservare prodotti di ogni sorta, nell'attesa che questi gli suggeriscano a un certo punto cosa farne.
 Ecco allora che una classica cartellina con laccetti, attraverso l'inserimento di un pop-up, diventa una pratica cuccia da viaggio per gatti, mentre i tubolari in cartone ondulato utilizzati per imballare le bottiglie si trasformano in vasi dalle forme scultoree. Fautore di un lavoro solitario e poco avvezzo a parlare in pubblico, Ulian è accostato da Beppe Finessi, noto critico del design che lo affianca sul palco del Teatro Bibiena, ai grandi maestri del Novecento italiano: Bruno Munari, Enzo Mari, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Marco Zanuso non hanno infatti mai mostrato particolare interesse alla rincorsa del successo, adoperandosi piuttosto in un silenzioso lavoro artigianale, nelle loro case-studio in cui magari era solo una tenda a dividere il tavolo da lavoro dalla zona letto. Posti di fronte alla sfida di un Paese tutto da ricostruire dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, i maestri del design italiano hanno così potuto, voluto e dovuto progettare di tutto, come ben racconta lo spettacolo "Mani grandi, senza fine" portato in scena anche quest'anno da Laura Curino al Piccolo Teatro di Milano durante il Salone del Mobile. 
Animato da alcuni principi guida come guardarsi intorno, utilizzare ciò che già esiste e progettare lo scarto, Ulian mostra una profonda sensibilità per il tema del riciclo, convinto che gli scarti non abbiano in realtà meno dignità del prodotto finito e consapevolmente progettato. Come per le sculture di Mangiarotti, è infatti poi il fruitore finale a determinarne di volta in volta la conformazione, in un equilibrio perfetto di vuoti e pieni, luci e ombre. Insistendo sulla differenza - sostanziale - fra "progettare con gli scarti" e "progettare lo scarto", il designer invita a riflettere sulla necessità di anticipare e prevenire la virtuosità, ponendola a monte del progetto stesso. Fra i suoi lavori che meglio esplorano questa dimensione, la ciotola "Una seconda vita", un centrotavola in terracotta con piccoli fori a tratteggio che in caso di rottura potrebbero dar vita a contenitori più piccoli ma comunque utilizzabili, o il curioso vaso "Vaso-Vago", ottenuto dalla rotazione di 24 anelli concentrici ricavati da lastre di marmo bianco di Carrara attraverso un disegno che riduce al minimo lo spreco di materiale. Applicando un'idea di rigore che risale a un'Italia povera ma certamente più virtuosa, Ulian discute del ripensamento dei nostri pseudo-bisogni, di come il sistema del produrre per produrre non abbia oggi più senso. Per citare ancora Bruno Munari, «Io sono ricco. Ho 1000 lire più di quello che mi serve»: in un'epoca che sembra strozzata dai suoi stessi eccessi, la crisi mondiale diventa allora, per riprendere il discorso di Bauman a Palazzo San Sebastiano, occasione per ripensare la creazione artificiosa della ricchezza. Impossibile ignorare le conseguenze dei propri gesti progettuali, conclude Ulian, ma occorre anzi imparare dal nostro stesso stupore, riecheggiando la lezione di Aristotele sulla meraviglia come causa del filosofare e quindi del conoscere, dell'agire, del produrre.

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