04/09/2013

LA MONTAGNA DENTRO

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Passione. Una parola che può avere significati diametralmente opposti: sofferenza, fatica ma, allo stesso tempo, anche amore, dedizione. Essere uno scalatore significa interpretare la passione in tutte le sue forme: "solo l'idea di scalare mi faceva sentire vivo ()", ma "il timore che altri avessero visto un problema si trasformava in ansia che si acquietava solo in vetta alla nuova via". Questa è la vita di Ivo Rabanser ("Civetta") e di Marco Furlani ("Arrampicate nelle Dolomiti"), allievo e maestro, che alla montagna hanno dato e devono tutto. Con loro Alessandro Gogna, considerato uno dei migliori alpinisti internazionali degli ultimi 40 anni.

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«La montagna non è una mania ma un modo di essere». Come spiega Alessandro Gogna, sembra che oggi la montagna sia diventata uno sport di nicchia, per pochi appassionati o fanatici. Sembra che, dopo le grandi imprese degli anni '50 e '60 (come la salita al K2) oggi non si faccia altro che ripercorrere le strade aperte dai grandi miti del passato. Invece le grandi arrampicate si fanno ancora, ma non se ne parla più come una volta. L'alpinismo non è morto affatto, anzi, lo dimostra la sala gremita di questo evento. «Nessuno di noi tre si aspettava così tanto pubblico in una città che fondamentalmente è... piatta» commenta con un sorriso Marco Furlani. 
Uno trentino e l'altro gardese, nati entrambi tra le montagne, Ivo Rabanser e Marco Furlani si sono avvicinati al mondo dell'arrampicata in modo quasi inconsapevole. Furlani, figlio di una famiglia poverissima, ha iniziato a frequentare la montagna per fare legna e per cacciare di frodo. Dopo i primi tentativi rocaboleschi, fatti con corde casalinge rubate nel cantiere dove lavorava, è diventato una guida di professione. Rabanser invece si è avvicinato all'arrampicata per un senso di ribellione giovanile, fuggendo di casa con la 'curiera' o la 'mutureta', per andare a scalare da solo.
Nella vita di entrambi un peso grandissimo hanno avuto i libri. Entrambi, ammettono, erano pessimi studenti a scuola. Alla lettura si sono avvicinati dopo e proprio grazie alla montagna, per leggere e conoscere le imprese dei loro miti. E dopo la fase di emulazione e lettura, sono passati ad essere anche loro scopritori di vie e poi scrittori. Il rapporto lettura-arrampicata, come quello maestro-allievo, è stato per loro essenziale.
«Ripetere vie - dice Rabasen - è come leggere un libro, scoprire vie è come scrivere un libro».

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