06/09/2013

LA NARRAZIONE DEI DIRITTI

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Siamo oggi di fronte a una formidabile stagione di rivendicazione dei diritti a livello planetario: attraverso le reti sociali e i telefoni cellulari, arrivano nell'universo di Internet testi e immagini che raccontano come, ai diversi angoli del pianeta, donne e uomini stiano conducendo le proprie battaglie per l'affermazione di libertà ritenute fondamentali. Secondo Stefano Rodotà, autore di "Il diritto ad avere diritti", tutto questo ci permette e impone di ricostruire una narrazione dei diritti, senza confini ed esclusioni, come fondamento per ripensare le nostre democrazie; una narrazione capace di contrastare la volontà di imporre al mondo "una nuova ed invincibile legge naturale, quella del mercato", che pretende di definire le condizioni per il riconoscimento dei diritti stessi.

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«Conosco un'insegnante che si è licenziata perché aveva ritirato il cellulare di un alunno: chiamati i genitori, le è stato detto che l'aveva fatto per invidia dal momento che lei non poteva permetterselo». La prende alla larga, Stefano Rodotà, questa Narrazione dei diritti: cosa c'entra l'esempio con i diritti delle persone? C'entra eccome: «Negli ultimi anni lo Stato ha tagliato le risorse alla scuola pubblica: atto anticostituzionale perché la Costituzione impone l'istituzione di scuole dove gli insegnanti non siano mortificati professionalmente per la loro retribuzione. Ciò va contro uno dei diritti fondamentali dell'uomo, quello all'istruzione». L'intervento del giurista scalda più volte gli animi del numeroso pubblico di Piazza Castello: affilato, polemico quanto basta, ci ricorda di non dare mai nulla per scontato ma di considerarlo criticamente. Prima di tutto perché il mondo, oggi, cambia in continuazione: i confini, fisici o mentali, non esistono più e questo, a livello di diritti, è un problema. Mancando la tutela delle leggi nazionali, ognuno è perduto in un mare immenso: pensiamo a Internet, a come ha polverizzato ogni appartenenza. L'unica legge naturale che sembra valida è l'economia, ma l'interesse economico è tutto il contrario dei diritti. Ecco perciò la necessità di una narrazione continua: «Non per conciliare legge e letteratura ma perché bisogna parlare di diritti, deve farlo chiunque di noi perché sono l'unico contropotere al Potere, qualunque esso sia». Anche le democrazie, infatti, farebbero volentieri a meno di concedere diritti: basta guardare agli Usa dopo l'11 settembre, quando la parola 'emergenza' giustificava qualsiasi violazione, soprattutto alla libertà personale. Oggi, invece, la scusa è 'crisi': «I diritti costano, si dice; tagliandoli, li si riduce a merce che dipende dalla disponibilità monetaria di ognuno. E a rimetterci sono sempre le categorie più deboli». Fortunatamente, però, esistono organismi legislativi che legittimano i diritti inviolabili dell'individuo (salute, lavoro, istruzione) contro l'economia: «Penso alla Corte dei Conti che dà ragione al Comune di Napoli quando assume insegnanti per le scuole dell'infanzia in deroga al Patto di Stabilità: di fronte alla salvaguardia di ciò che ci rende umani, il mercato passa in secondo piano». Tagliare diritti con la scusa di risparmiare comporta solo un aggravamento e quindi una spesa ulteriore per chi li deve elargire; «riconoscere i diritti è invece riconoscere l'umanità». Tutelarli è perciò la più efficace delle medicine per mantenere sano l'organismo della società, estirpare la politica del disgusto, eliminare la doppiezza. Bisogna però andare oltre ai tabù e affrontare con sincerità le questioni più spinose, per affermare davanti alla legge e senza scappatoie il diritto alla cittadinanza (‘ius soli') o a una morte onorevole (Eluana Englaro). Mai abbassare la guardia, dunque, ma raccontare sempre cosa sono questi diritti e quanto bene ci fanno.

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