06/09/2013

J. R. Moehringer con Beppe Severgnini e Valerio Mastandrea

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Può uno scrittore arrivare al successo per avere scritto il libro di un altro? J.R. Moehringer è noto in tutto il mondo per essere stato il ghostwriter di Andre Agassi: "Open", l'autobiografia del tennista americano uscita nel 2009, è diventata un bestseller internazionale, ricevendo il plauso di molti critici e scrittori anche nel nostro paese. Vincitore, da giornalista, del Premio Pulitzer, Moehringer si era già fatto conoscere come narratore con "Il bar delle grandi speranze". Dopo la parentesi di "Open", Moehringer è tornato alla scrittura in proprio, raccontando in "Pieno giorno" la vita vera e straordinaria di Willie Sutton, rapinatore non-violento, nemico giurato dei banchieri e amante delle buone letture. Parla con Moehringer di storie americane il giornalista Beppe Severgnini.

L'evento "J. R. Moehringer con Beppe Severgnini e Valerio Mastandrea" ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma.

Originariamente non era prevista la presenza di Valerio Mastandrea.

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«Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una conclusione più terrificante. Più totale. [...] Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l'ho sempre odiato. Quando quest'ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle ginocchia e in un sussurro dico: fa' che finisca presto. E poi: non sono pronto a smettere». È il 2006 quando, ospite del Four Seasons Hotel di New York con la moglie Steffi Graf e i bambini, Andre Agassi si appresta a partecipare agli US Open. I suoi ultimi US Open. Anzi, il suo ultimo torneo in assoluto. È un inedito Valerio Mastrandea ad accogliere il pubblico di piazza Castello, lettore di uno dei libri più apprezzati degli ultimi anni: la biografia di Andre Agassi, appunto, una vita sotto i riflettori raccontata dall'autore e premio Pulitzer J.R. Moehringer, ospite del Festival con il giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini. Vero e proprio racconto di formazione, e non semplice memoir di un atleta, il libro narra di una carriera da numero uno lunga vent'anni, contrassegnata da imprese memorabili ma anche da parabole discendenti, e poi di un padre ossessivo, brutale, che lo vuole campione a tutti i costi. Ed è proprio dal rapporto difficile con il padre che comincia l'incontro-intervista di Moehringer, il quale racconta come la comprensione di noi stessi passi necessariamente attraverso quella dei nostri padri. Una trilogia, quella che comprende "Open", "The tender bar" e il più recente "Sutton", che Severgnini definisce non a caso dei 'cattivi padri', quasi in contrapposizione a una figura femminile, quella della madre, solitamente eroica o in ogni caso paziente. Ma con una scrittura così radicata nella realtà, che racconta storie 'vere', quanto il giornalista può dirsi davvero 'autore' e quanto invece semplice 'collettore e moltiplicatore' delle storie che racconta? Un interrogativo che ha spinto Moehringer a non pubblicare il suo nome sulla copertina di "Open", per rispetto del lavoro di tutti e forse, in qualche modo, anche per non turbare il pathos della bella foto in primo piano. 

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