06/09/2013

ESSERE GIUSTI E LIBERI

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Karl Polanyi (1886-1964) è una singolare figura di pensatore interdisciplinare ed è considerato uno dei più grandi storici dell'economia. Con La grande trasformazione racconta l'impatto della società di mercato e dell'industrializzazione sulla civiltà occidentale e colse meglio di chiunque altro gli effetti antropologici della crisi degli anni Trenta. Ora vedono la luce scritti inediti a livello mondiale ("Per un nuovo Occidente"), in cui indica la strada per tornare a un'economia ancorata alla società e alle sue istituzioni culturali, religiose, politiche, in polemica con l'ideologia del laissez-faire. Propone anche un'economia cooperativa e non centralizzata, capace di orientare verso un reale progresso umano la produzione e la tecnologia. Ne discutono la figlia, Kari Polanyi-Levitt, e il curatore degli inediti, Giorgio Resta.

L'evento "Essere giusti e liberi" ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma.

Originariamente il suo svolgimento era previsto presso Palazzo di San Sebastiano.

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La fresca luce della sera affiora dagli archi nel cortile di Palazzo d'Arco, l'atmosfera si tinge di colori tenui e le conversazioni risuonano cordiali nel cortile. Sul palco Giorgio Resta, Professore Associato di Diritto Privato Comparato all'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, dialoga con Kari Polanyi-Levitt, figlia del pensatore eclettico, antropologo ed economista Karl Polanyi (1886-1964). Karl Polanyi, ungherese, soleva vivere 'a world life': fu originale e sempre 'outsider'. Ciò nonostante, ovunque si recasse era sempre accesso di vivo interesse e curiosità per i costumi e la politica dei locali, per la quotidianità. Aveva l'occhio attento del giornalista al dettaglio, che la sua mente analitica trasformava in una visione di insieme. Fu così che nacque la sua passione politica, fu così che divenne socialista. Nella Vienna degli anni Venti, 'la Vienna Rossa', lavorava nella redazione di un settimanale economico, insegnava gratuitamente ai lavoratori e s'infervorava per la conoscenza, per la modernità, per l'abolizione dei privilegi nobiliari ancora radicati in Ungheria. Così, teorizzò nel 1944 in "The great transformation" che vi era un contrasto tra la democrazia e il capitalismo industriale. Conflitto in cui, negli anni trenta, la democrazia risultò sconfitta e il capitalismo uscì vittorioso poiché le dittature di quegli anni gli spianarono il terreno. In seguito, il capitalismo gradualmente mutò forma: al capitalismo industriale seguì il capitalismo finanziario, da cui tuttora sono vincolati gli stati moderni. Il fatto grave, puntualizza Kari, è la presunzione dell'Occidente, che impone i suoi modelli, pur non avendo più nulla da insegnare al resto del mondo. La globalizzazione è sintomo di una pericolosa malattia del libero pensiero. «La direzione che mio padre indicava era quella della coesistenza» - aggiunge.  Coesistenza di idee e opinioni diverse, sistemi economici e politici atipici e sempre nuovi per un mondo multipolare, variegato e in continuo mutamento. Nelle varie culture, insegna l'antropologia, la politica e l'economia possono avere moltissime facce. Tanti sistemi possono essere possibili, quanti nuovi meravigliosi giochi si possono inventare. Allora, non stanchiamoci mai di continuare a giocare, di immaginare, di innovare sempre con coraggio e con saggezza, sogniamo di essere liberi e giusti.

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