04/09/2013

TUTTO È PERDUTO TRANNE LA PAROLA

2013_09_04_239

L'intervento sarà una riflessione sul potere della parola, sulla parola capace di creare empatia e sulla letteratura come forma di diritto. La parola letteraria è l'unica parola che può farci 'sentire' il diritto, non solo guardare il diritto, non solo osservarlo: per esempio può raccontare la ferocia della guerra e non semplicemente comunicarla come possono fare le notizie.

L'evento 239 originariamente non era previsto dal programma, ma è stato segnalato a pochi giorni dall'inizio del festival.

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Roberto Saviano torna a Mantova cinque anni dopo la serata del Teatro Sociale, quando denunciò i legali dei mafiosi che lo volevano morto. Il suo evento, una vera sorpresa, s'intitola "Tutto è perduto tranne la parola" ed è una continua risposta a chi si domanda se le parole abbiano ancora senso. La risposta decisa dello scrittore - sicuro del suo ruolo - è sempre sì. Il potere della parola è quello che ipnotizza il pubblico per un'ora, è quello che fa dire a una ragazza tra il pubblico «Non importa se non lo vediamo, siamo qui per sentire», è quello che fa rischiare la vita agli uomini della sua scorta e a lui, è quello che gli hanno trasmesso uomini e donne coraggiosi (Anna Politkovskaja, Christian Poveda, Liu Xaobo). Saviano ribadisce il suo impegno civile quando sottolinea come il potere più grande della parola è quello che rimane quando tutto è perduto: è l'unico capace, con un vero e proprio miracolo, di sfidare e vincere contro chi vorrebbe l'omologazione di tutti gli uomini per poterli controllare. Il Potere tollera che si parli di sé ma non che chi scrive venga letto: è allora che il lettore, con passione, si prende tempo per riflettere e, quando quello che legge tocca la sua coscienza, agisce (in primo luogo diffondendo quanto sa). Questo il segreto di "Gomorra", anche se Saviano non lo dice esplicitamente ma lo fa capire citando Liu Xaobo o Anna Politkovskaja. L'intervento di Saviano è intriso di un impegno civile che va oltre la politica. Il suo è il grido di un intellettuale a cui interessa la dignità dell'uomo, che si infuria davanti a chi la vuole negare omologando tutti. «Tutti siamo diversi, in meglio o in peggio!», grida. E a dargli questa consapevolezza è la letteratura, che esprime il potere più importante della parola. Questa riflessione lo riguarda in prima persona, essendo la letteratura il suo lavoro e la sua missione. Per lui, in antitesi con qualsiasi forma di retorica che riduce il linguaggio a semplice orpello, «la letteratura ti fa sentire dentro a quello che racconta meglio della cronaca, che si limita a informarti: ti fa capire il valore di qualcosa senza doverlo perdere, ti fa vivere vite diverse dalla tua». È l'arma più potente: cambia le cose senza bisogno di uccidere. Leggere certe pagine, che testimoniano vicende storiche fissandone per sempre i dettagli, obbliga a prendere posizione su quanto si è letto. E questo è esercizio del pensiero e quindi della propria libertà, è ribadire la propria fiducia nella dignità dell'uomo. La conclusione del suo intervento è ancora una volta umana: non sa e non può dare lezioni magiche, ma anche quando tutto è perduto, come sembra esserlo oggi, rimane sempre la consapevolezza che la bellezza di un verso poetico non ci lascerà mai. In questa bellezza ci si sente protetti e diversi: non superiori o inferiori, ma diversi e coscienti di esserlo. E se questo comporta ricevere offese, nessuna paura perché - come scrisse la poetessa bulgara Blaga Dimitrova - «calpestata, l'erba diventa un sentiero».

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