06.09.2014

LA "BIBBIA" VISTA DAGLI ITALIANI

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Tra i documenti del Concilio Vaticano II, la Dei Verbum - che tratta della rivelazione divina e del valore dell'Antico e del Nuovo Testamento - può essere indicata come uno dei testi più decisivi e qualificanti, che riposiziona al centro della vita ecclesiale il «religioso ascolto della parola di Dio». A cinquant'anni dalla promulgazione di quel documento, è stata condotta un'indagine sul rapporto tra gli italiani e la Bibbia. La conoscenza diretta e la percezione del testo sacro, la sua valenza educativa, la consapevolezza del ruolo che ha avuto nella cultura e nell'arte sono alcuni dei temi della ricerca, i cui risultati - raccolti nel libro Gli italiani e la Bibbia - sono al centro del confronto tra il sociologo Ilvo Diamanti, curatore del volume, ed Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose.

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Italiano

Il tema trattato da Ilvo Diamanti ed Enzo Bianchi in piazza Castello prende spunto da un'inchiesta del politologo riguardo il rapporto degli italiani con la "Bibbia". Inchiesta scientifica con dati che subito stupiscono. La "Bibbia" è in tutte le case, ma nessuno in realtà la conosce, e gli intervistati non riescono a rispondere alle domande più banali sul suo contenuto. Un'inchiesta importante perché in questo modo, con queste domande, non si era mai fatta. Il quadro che appare è molto desolante perché evidenzia un grande problema che esiste, oltre che con il testo, anche con la fede stessa. Nonostante gli italiani incontrino spesso la 'Parola' (chi la scarica da internet, chi ha una app sullo smartphone), la leggono pochissimo e la studiano ancora meno. Il rapporto che nasce con il testo è quindi quello che hanno assunto nel tempo gli italiani con tutta la religione cattolica: una religione che è diventata 'civile', una tradizione sociale assolutamente non sufficiente. Anche Enzo Bianchi evidenzia questa povertà della cultura biblica in Italia. Innanzitutto bisogna considerare che la "Bibbia" è già da sola una piccola biblioteca di 72 libri, scritti nell'arco di mille anni e in tre lingue. Oltre ai paesi d'origine che vanno dalla Palestina a Roma. Inoltre, per noi, la "Bibbia" è un «evento di parola», di linguaggio; viene proclamata e il rapporto privilegiato che si ha è proprio nella liturgia, non con la lettura diretta. Nel mondo ortodosso non c'è alcun legame con il testo, mentre nei paesi riformati è soprattutto una lettura personale. Questa particolarità dei cattolici romani, soprattutto in Italia, ha determinato anche una certa povertà nelle traduzioni, che sono solo due e non buone (in Francia ne abbiamo una ventina e in Germania addirittura trenta). Senza sapere il greco e l'ebraico molte volte si perde il senso di tantissimi passaggi. Questa diffidenza nei confronti del testo, magari neanche pienamente voluta, soltanto con il Concilio Vaticano II viene affrontata e con la "Dei Verbum" addirittura spazzata via in maniera rivoluzionaria. Non è facile affrontare la "Bibbia", ovviamente. Ma non bisogna che si trasformi in un codice, in una fonte di citazioni vuote per libri e studi vari. Pochi la leggono ormai per prendere ispirazione da essa. Sicuramente non si ha più paura di nominarla o di riportare frasi da essa, ma non è questo il suo ruolo nella storia dell'uomo. La "Bibbia" si deve leggere, si deve studiare, si deve pregare. La "Bibbia" contiene la parola di Dio, è parola di Dio. E per trovarla sicuramente si useranno tutti i metodi possibili di esegesi, comuni anche ai non credenti.

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