06/09/2003

Aidan Chambers
 con Vichi De Marchi

2003_09_06_134

dai 14 anni in su


Vincitore del prestigioso Premio Andersen nel 2002, Aidan Chambers dedica da anni i suoi libri al pubblico dei giovani adulti, che ama molto incontrare personalmente. Occasione preziosa per chi predilige «le storie vere» dove i sentimenti, i confronti tra ragazzi, i piccoli scontri possono diventare trame efficaci ed avvincenti di storie assolutamente per tutti. "Quando eravamo in tre" è l'ultimo libro di Chambers pubblicato in Italia. Lo intervista la giornalista Vichi De Marchi.


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Aidan Chambers, ovvero la sostanzialità dei nomi. Perché il suo, apparentemente innocente, è frutto di quello che definisce un «renaming party», cioè della sua capacità di rinascere sedicenne per vivere un'adolescenza rubatagli e che, letto all'inverso, è «nadia», che in russo significa speranza. Di famiglia povera, da ragazzo soffre di quella «sindrome della bacchetta» che lo porterà a trasformare il suo essere «slow», lento, idiota secondo gli insegnanti, in una virtù, «mi ci vogliono quattro ore per raggiungere l'orgasmo», dice divertito. Davanti al pubblico, molti gli under 16, si materializza la campagna inglese e una quanto mai coinvolgente educazione intellettuale, merito del professor Jim (poi protagonista di "Un amico per sempre") che insegna a puntare in alto. Si parla dei libri economici Penguin, della locale «public library», e soprattutto di "Figli e amanti", il libro di Lawrence che gli trasmette il demone della scrittura e gli fa porre domande che non si è mai posto. Scrive di adolescenti per insegnare ai lettori a interrogarsi e a tradire le aspettative, dell'ambiente circostante s'intende, e per sanare una ferita; per sopravvivere. Al punto che, in conclusione, fedele ad una sincerità a tratti sconcertante, ma anche con una buona dose di self humour, sentenzia «non voglio andare in paradiso perché là nessuno scrive libri».

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