07/09/2003

VITA ROMANZESCA O ROMANZO VITALISTICO?


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Viaggi, avventure, amori, abbandoni contribuiscono forse a rendere una vita «romanzesca». Ma la vita, intesa come corpo, muscoli, nervi, movimento, in che modo entra in un romanzo? Per Mauro Covacich, autore di "A perdifiato", la scrittura parte proprio dal movimento: «Io scrivo quasi esclusivamente correndo. La scrittura cresce in quegli istanti, prende il ritmo della mia falcata. Il corpo è lì che lavora con la mia mente, lo sento acceso, generoso. È nella sua caldaia che la storia si alimenta». Lo incontra la giornalista Gloria De Antoni.


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Italiano

A dispetto di una narrativa cruda e morbosamente attaccata al dato realistico, alle anomalie del vivere quotidiano, Mauro Covacich è una persona serena ed eterea, tanto che la canonica ora e mezza dell'evento trascorre in un batter d'occhio. In un clima che preannuncia l'imminente arrivo dell'autunno, trae spunto dalla vacanza estiva per presentarsi: come l'isola di Terso, in Dalmazia, da anni sua meta estiva, il suo «paesaggio interiore» è aspro e duro, ma profondamente ancorato ad un'epoca, la nostra, di cui si proclama entusiasta e ad una società che, seppur attraversata da angosce e contraddizioni, è feconda di sviluppi artistici. A tal proposito afferma: «il conflitto è creativo, non la bellezza». Parla volentieri della sua terra, della fuga da Trieste, città a volte castrante per l'ingombrante presenza intellettuale passata (Svevo, Saba) e presente (l'ex-professore Claudio Magris, ammirato e temuto) e della sua Pordenone, «città in pubertà», in via di definizione e perciò molto libera. Per "A perdifiato", che definisce «romanzo materialistico», gli spunti sono stati un viaggio in Ungheria che lo ha visto spettatore di un disastro ambientale, e la corsa, intesa sia come sport (e qui cita anche il lato oscuro del professionismo, il doping) che come «arte marziale», disciplina interiore. Finalmente la corsa, grande passione che lo ha portato alla maratona di New York, entra nella sua narrativa, e questa è la chiave di volta dell'intervento e dell'opera di Covacich. Alla tendenza a fare della vita una fiction, risponde con una scrittura che sa di vita, e che se necessario «puzza di vita». Non vita romanzesca dunque, ma romanzo vitalistico o piuttosto, materialistico.

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