11/09/2004

RICREAZIONE 


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Caffè americano, torte salate, stuzzichini: a metà tra colazione e spuntino, ecco un'altra occasione per incontrare un autore a mattina inoltrata per chi si è alzato un po' più tardi. 


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Italiano

Il Clos Wine Bar è bianco: bianche sono le pareti, di bianco è colorato il pavimento. Grandi quadri di grappoli d'uva schiacciata stanno appesi sulla parete di fondo. Anche Simona Vinci è vestita di bianco, per presentare quest'incontro semi-mattutino con Michel Faber. Nato in Olanda, cresciuto in Australia ed ora scozzese d'adozione, Michel Faber è parco di parole quando risponde: non lascia nulla al caso. Non legge dai suoi romanzi editi, pesca invece da un suo breve racconto mai pubblicato. Racconta di un batterista d'un gruppo heavy metal che soffre d'emicrania: proprio nel giorno del loro maggior concerto. Entrato in farmacia, ingurgita qualsiasi medicina possibile, vomitando copiosamente sul pavimento lucido. L'inglese pochi lo capiscono, ma tutti ridono: la gestualità di Faber è essenziale, sembra un attore di teatro. Lucarelli, ospite d'onore, si mostra molto interessato: pure lui cantava in un gruppo hard rock. Michel Faber è un acuto osservatore, a lui non sfugge proprio nulla. Così a guardarla da vicino, la barba nera di Lucarelli, quei baffi striati d'un sottile bianco, nascondono qualcosa: qualcosa di diabolico.

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