10/09/2005

Ha Jin con Alessandra Lavagnino


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Ha Jin, nato in un piccolo paese della Cina, è entrato giovanissimo nell'Armata Rossa come volontario. Sconvolto dal massacro di piazza Tienanmen, ha maturato la scelta di emigrare negli Stati Uniti, dove ora insegna all'Università di Emory ad Atlanta. Ha pubblicato due libri di poesie e vari romanzi: nel suo ultimo "War trash", premio Pen/Faulkner 2005, affronta il tema della guerra di Corea. Lo intervista la sinologa Alessandra Lavagnino.


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Ha Jin ringrazia per la splendida cornice di palazzo San Sebastiano e anche per il tempo, che in fondo è stato clemente regalando una mattina non troppo soleggiata, ma almeno senza pioggia. Quindi, interrogato dalla preparatissima sinologa Alessandra Lavagnino, Jin comincia a parlare della sua storia, che comincia con un'infanzia cinese all'insegna dei traslochi, dovuti al lavoro del padre. Dopo un impiego alle ferrovie (dove come telegrafista aveva diritto ad una stanzetta tutta per sé che gli permetteva di ascoltare un programma radiofonico di mezz'ora che insegnava le basi della grammatica inglese) e la riapertura degli atenei dopo la fine la Rivoluzione Culturale, comincia a frequentare l'Università e si laurea in letteratura inglese. Scapperà poi dalla Cina dopo la strage di Piazza Tienanmen per rifugiarsi negli Stati Uniti, dove, dopo quasi venticinque anni, si sente ancora un immigrato. La scelta di adottare la lingua inglese nella sua scrittura è nata dopo la constatazione di un «filone di grandissimi scrittori naturalizzati inglesi che sono riusciti a fare di una lingua non loro qualcosa di unico. Parlo di Nabokov, di Conrad. Questo mi ha dato la spinta per proseguire». Il suo ultimo romanzo, "War Trash", parla dell'assurda guerra di Corea, di cui in Italia si sa purtroppo ben poco. «Mi sono accorto mentre lo stavo concludendo di aver scritto un libro scomodo, e scomodo per tutti. Ma questo è uno dei principi che mi guidano. Cercare di rimanere il più veritiero, il più attinente alla realtà possibile. È una forma assoluta di rispetto».

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