09/09/2006

Mario Dondero con Valerio Pellizzari


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Mario Dondero è una delle figure leggendarie del fotogiornalismo contemporaneo. «Un uomo» scrisse Francesco Biamonti «che fugge di continuo. Si è messo in testa di avere un forte, definitivo appuntamento con l'angelo della storia e corre qua e là a cercarlo, tre macchine fotografiche logore, consumate, appese alle spalle». Collaboratore negli anni de "L'Unità", "L'Espresso", "Le Monde" e di numerose altre riviste di tutto il mondo, Dondero è stato reporter in ben sette guerre e ha scattato i ritratti di molti intellettuali italiani ed europei. Lo incontra il giornalista Valerio Pellizzari. Durante l'incontro, proiezione delle fotografie di Mario Dondero.


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Italiano

Mario Dondero è uno dei più grandi fotoreporter che oggi l'Italia possa vantare. Il suo terzo occhio, quello dell'obiettivo, lascia tracce magiche sulla realtà e, catturandola, la trasforma in sogno. Oggi nell'Aula Magna dell'Università di Mantova, insieme al giornalista e amico Valerio Pellizzari, Dondero si è divertito a mostrare al pubblico la magia della storia raccontata dalle immagini. Ma la magia non ha bisogno di spiegazioni, è lì, negli scatti che uno dopo l'altro si impossessano del video proiettore. È lì e parla da sé attraverso i visi di Pier Paolo Pasolini, Goffredo Parise, Laura Betti, Marcuse, Mario Schifano e un clochard che dorme accanto al cartonato rilucente di una hostess. Mario Dondero avrebbe dovuto parlare di Robert Capa, ma il suo discorrere lo ha condotto ad altri lidi, sebbene da Capa fosse partito. Non un Capa qualunque, ma quello della foto più famosa e controversa del pianeta: l'obiettivo che coglie un soldato spagnolo mentre cade a terra per il colpo ricevuto. «Finisci col vivere tanto la vita degli altri che perdi la tua», afferma ad un certo punto Dondero spiegando come la lentezza debba essere caratteristica peculiare di un vero fotografo e il pubblico immagina lui a spasso per zone di guerra, con la sua Laika di fiducia, cercare l'angolazione perfetta, quella che può testimoniare e rubare il tempo alla storia cristallizzandolo in eterno presente. Si finisce a parlare di Baghdad, di Afghanistan e di Africa, di grandi e piccoli confliitti e di vite inghiottite da questi conflitti ma anche di rullini dimenticati quando quella foto poteva cambiare la tua vita e di come la stampa sia stata cambiata dalle leggi del commercio. In finale, come ama definirlo Pellizzari, Dondero «assomiglia ad uno chansonier francese per il quale il tempo non passa mai».

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