08/09/2007

L'IDEALE


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Che cos'è rimasto delle illusioni di chi ha vissuto da sinistra l'intensa e dolorosa stagione politica degli anni Settanta? Dell'ideale comunista sembrano essere rimasti soltanto i cocci, ma debole sembra anche il pensiero, la voglia di fare i conti con quelle idee. Cristina Comencini, che alla fine del comunismo ha dedicato il romanzo "L'illusione del bene", ne parla con Enrico Franceschini, giornalista ed autore di "Avevo vent'anni", il '77 raccontato a trent'anni di distanza dai protagonisti di un collettivo studentesco. 


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'Reale' e 'ideale': in occasione dell'uscita del suo romanzo "L'illusione del bene", Cristina Comencini incontra Enrico Franceschini per parlare dell'ultima, radicale ondata di contestazione giovanile, che ha coinvolto il nostro Paese negli Anni Settanta, e di 'cosa' siano diventati ora i protagonisti di quelle lotte. Il Comunismo, l'utopia del 'paradiso in terra', il 'sogno di qualcosa che fosse migliore', il punto di vista della Comencini è preciso e disincantato: non c'è ideologia progressista che non rivaluti criticamente il passato, e un eventuale 'risanamento' dell'attuale Sinistra deve necessariamente nascere dalla denuncia dei propri sbagli storici, dunque dalle conseguenze, talvolta orribili, che un principio politico, apparentemente semplice e aggregante, possa aver causato. E non si tratta di mero revisionismo: è un processo, che prima di tutto, deve coinvolgere «l'essere umano, l'interno dei suoi pensieri», per poi muoversi con coraggio rinnovato e quotidiano anche quando il tormento di voler cambiare le cose diventa insostenibile. Anche quando l'illusione si accartoccia e diventa delusione. Cristina, Mario, la nostalgia, il comunismo. Mario, il protagonista dell'ultimo romanzo di Comencini, è uno di quei personaggi, creati, che superano i propri autori. Cristina è uno di quegli autori, reali, che si fanno superare dai propri personaggi. «Loro vanno dove vogliono. La letteratura è più forte dello scrittore» dice l'autrice. Geniale. «Cristina», so che lo sai, «Porti nel nome un carico culturale, un peso sociale che spesso ti supera. È tuo padre, quel tuo immenso padre di cui porti il nome». E io, seduto davanti al legno essenziale del palco, sull'erba odorosa del cortile, preparo il taccuino, la penna, l'attenzione. E non me lo aspettavo che sarebbe successo. Enrico Franceschini ha preso posto alla tua sinistra e ti ha presentata. Ti ha detta scrittrice, e poi ti ha nominata regista. Il pubblico ti ha applaudita, ha applaudito il tuo vestito pulito e poi la tua camicia di seta, chiara. Ma si è sbagliato. Non me lo aspettavo proprio che sarebbe successo. Sei stata marchiata da quel grande nome e ancora, da nostalgico, mi aspettavo lui, dietro di te. Quel tuo padre che ti dice quello che devi dire e che prepara quello che devi fare. Anche io, come tanti, mi sono sbagliato. Colpa di Mario. Ce lo immaginiamo bene il tuo personaggio: un uomo mediamente intellettuale, attivista sovversivo sbiadito dalla libera circolazione delle merci e dalla mezza età. Non è scioccato dalla fine di quel bene comune targato falce e martello. Come tanti. «Anche i miei genitori non lo sono, Cristina». «Mario fa finta di niente» mi dice la tua voce che gestisce la calma. «E, proprio quel far finta di niente, lo fa star male». «Ho capito: Mario è uno che ci ha creduto, che ad un certo punto della sua vita avrebbe dato tutto». «Sì, è così, ma improvvisamente gli è capitato di avere, di avere tutto. E non ha dato più nulla». «Vero». «Come tanti» mi dice. «Scusa», guarda il pubblico, «Adesso parlo un po' anche con loro». «Concesso Cristina, concesso» e la scrittrice si rivolge alla platea, per le domande. Il pubblico freme, vuole dire la sua. Un uomo interviene e ricorda il suo comunismo vissuto tra i campi aridi e poveri della Sicilia. Un altro lo ricorda lontano, nella lingua dura della Germania. Il terzo nell'università della sua giovinezza. Un'ideologia nostalgica, disillusa, che oggi esiste solo nelle valigie chiuse, nella patina preziosa e inutile di certe foto, nella polvere di quelle bottiglie chiuse da sempre. Non se lo aspettava ancora nessuno. Ma succede, succederà presto. Cristina risponde, dialoga col pubblico, parla del ruolo politico dello scrittore; ma da dentro qualcosa sta succedendo. Il tono è sempre più coinvolto. Non mi ascolta più. Ma non parla più di se stessa e forse non lo ha mai fatto. «È forse la voce di suo padre?» mi chiedo. «Mario pensa che il vero problema non sia la disillusione quanto l'indifferenza alla disillusione. Mario credeva che un uomo senza comunismo fosse solo un uomo a metà». E aggiunge ancora: «Mario pensa che il monda abbia bisogni di un mito per attivare le menti». Mario. Forse nessuno se n'è accorto. Ma è successo, adesso è proprio successo. Non dall'esterno, non è quel padre immenso. È qualcosa di più sottile e di meno sconvolgente. Viene dall'interno. Io non me lo aspettavo. «Ma come tutte le cose più imprevedibili, tu lo sapevi fin dall'inizio, Cristina. Lo hai detto tu stessa: Loro vanno dove vogliono. La letteratura è più forte dello scrittore». «Lo sapevi fin dall'inizio di venire fin qua, non è vero, Mario?».

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