09/09/2007

UOMINI E DEI


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Collaboratore di "Vanity Fair", "Vogue", "London Review of Books" e di molte altre riviste americane e inglesi, Christopher Hitchens si è guadagnato una saldissima reputazione di opinionista coraggioso e iconoclasta. In "La posizione della missionaria" ha fatto a pezzi il mito di Madre Teresa di Calcutta; con "Processo a Henry Kissinger" ha scritto un violentissimo atto di accusa contro l'ex-Segretario di Stato americano e Premio Nobel per la Pace. Il suo ultimo "Dio non è grande" è un vibrante e appassionato appello per un ritorno alla ragione e alle idee dell'illuminismo. Lo incontra Peter Florence.


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Ipercritico. Irriverente. Insindacabile. Praticamente perfetto nelle vesti di intellettuale 'cattivo' e 'divinamente velenoso', Christopher Hitchens, mille sigarette accese e nascoste dietro la schiena, ci tiene a fare chiarezza: uno dei grandi compiti di un uomo di cultura è pensare da sé, aiutando anche gli altri a farlo, «senza lasciarsi condizionare dai premi, vengano essi dal cielo o dall'inferno». Così, senza la pretesa di sciogliere alcun nodo, ma almeno di portarne al pettine qualcuno, l'autore di "Dio non è grande", 'spara a zero' su religione, politica e morale, anche quando questo significa 'mettere il dito nella piaga' o assumere un ruolo da iconoclasta, andando a demistificare un fortissimo simbolo del Cattolicesimo, come Madre Teresa di Calcutta. La provocazione viene animatamente accolta da un pubblico diviso tra applausi assordanti ed altrettanti mormorii di disapprovazione. Hitchens risponde, colpo dopo colpo, forte del suo eclettismo sfrenato: «Che si facciano avanti, avanti popolo!», tuona in perfetto italiano.

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