04/09/2008

Alessandro Baricco

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«Ognuno di noi sta dove stanno tutti, nell'unico luogo che c'è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri penso che sia un luogo magnifico». Alessandro Baricco si mette in mezzo al traffico di pensieri, di paure, di intuizioni nato dalla mutazione che ha segnato gli ultimi vent'anni. Una meditazione in pubblico su come guardare ciò che sta arrivando e che ancora non riusciamo a leggere.
 


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A distanza di due anni dalla pubblicazione di "Barbari", Alessandro Baricco, nel cortile della Cavallerizza, durante la dodicesima edizione del Festivaletteratura, riparte da lì, quasi fosse un discorso ancora aperto o una domanda a cui ancora non sia riuscito a trovare una risposta. A spingerlo ad analizzare la società odierna in un testo di saggistica, sono state per Baricco le numerose richieste di intervento da parte di chi persiste nel non accettare il decorrere dei processi in atto. Chi considera 'barbari' appunto, le nuove generazioni che si alimentano nei fast-food, che utilizzano gli I-pod per ascoltare musica e che sono anni luce lontane da quelle precedenti. Fermi sostenitori di battaglie in difesa di qualcosa che viene aggredito, utilizzano categorie vecchie per misurare ciò che non c'è più, secondo la dicotomia superficialità-profondità, senza considerare il metodo diverso che utilizzano i ragazzi di oggi. Un po' come i Romani, che durante la conquista del grande impero si trovarono davanti un popolo di 'barbari': uomini con la barba incolta (contrapposta al viso già allora curato dei romani) che portavano i pantaloni lunghi e non la gonnella delle cerimonie al Colosseo, che calzavano scarpe chiuse anziché sandali. Cosa avrebbero pensato oggi i romani se avessero saputo che gli uomini non utilizzano la gonna ma i pantaloni? Un processo di assimilazione di cui solo oggi si è capaci di comprendere l'importanza. C'è un punto fermo insomma: «È più attinente al vero vivere le mutazioni - ha detto Alessandro Baricco - piuttosto che attardarsi a fermare le mutazioni in atto». Lasciare insomma, che molte cose scompaiano o si assimilino ad altre, senza che ci sia troppo rigore. Combattere il modo di vedere da una parte le barbarie dall'altra la civiltà, perché le mutazioni collettive riguardano tutti e diventano inevitabili. "I Barbari" è un saggio che raccoglie una serie di articoli usciti a puntate ne "La Repubblica" tra i mesi di maggio e ottobre 2006. Una serie di idee vecchie oramai di due anni, ma idee che 'continuano'; idee che l'autore si porta ancora a spasso per le sue conferenze. Baricco descrive il saggio come una parentesi nella sua carriera, una parentesi che decise di affrontare pubblicando gli scritti mano a mano, «per sentirne il peso». Al numeroso pubblico del Festival racconta la genesi dell'opera; la difficoltà dell'autore di accettare e condividere la weltanshaung della lotta contro un certo tipo di modernità rappresentata dagli shopping mall e dai megastore. Protagonista dell'opera è l'uomo moderno, frutto delle trasformazioni sociali che sconvolgono l'Occidente, uomo che Baricco chiama 'barbaro'; cliente felice e lobotomizzato di fastfood. Uomo che ha abbandonato la ricerca "verticale" della conoscenza (cioè verso il profondo e l'oscuro) per dedicarsi ad una ricerca "orizzontale", vale a dire capace di estendersi sulla maggior superficie possibile. Oggi la risposta deve essere velocissima, deve soffocare la riflessione, deve essere superficiale. Baricco identifica lo strumento di questa pratica in Google, reperire informazioni non in base ai contenuti e alla loro attendibilità, ma in base alla quantità di links che rimandano alla pagina. Condizione necessaria alla conoscenza diventa la sovraesposizione agli stimoli. E l'autore invita tutti a rifletterci, nei pochi minuti necessari a raggiungere il prossimo evento.

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