10/09/2009

IL VERME DI SAN FRANCESCO


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«Laudato sie mi' Signore, cum tucte le Tue creature»... quante volte abbiamo ripetuto il "Cantico di Frate Sole" senza afferrarne la portata cosmica, senza cogliere l'intima unione tra uomo e mondo a esso sottesa? Paolo De Benedetti, insigne biblista e docente di Antico Testamento presso l'ITC di Trento e l'Università di Urbino, concentra da tempo i suoi sforzi esegetici per elaborare una teologia che non abbia al proprio centro soltanto la specie umana, bensì quella comunione tra esseri viventi che costituisce la via maestra alla trascendenza di Dio, il segno di una presenza divina tra i misteri dell'evoluzione. Lo incontra il giornalista e teologo Brunetto Salvarani.


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Italiano

Dio, gli animali e Festivaletteratura.
«Pensavamo non ci fosse nessuno!». Brunetto Salvarani, giornalista e teologo, appare soddisfatto davanti all'eterogenea platea del Seminario Vescovile, alle 11:00 di mattina.
Effettivamente l'evento non si presentava tra i più facili a cui assistere, ma è bastata qualche battuta di Paolo De Benedetti per capire quanto in realtà fosse 'umano' l'argomento in programma. «Si racconta che San Francesco, ogni volta incontrasse un verme per strada, lo raccogliesse e lo mettesse sul ciglio». Ecco la migliore rappresentazione di San Francesco: la non distinzione tra gli animali, superiori e inferiori. Dio ascolta il grido di tutti, senza differenze, perché sono proprio le differenze ciò che più ci ingannano; perché, se una differenza esiste, a perderci siamo noi: l'essere umano non ha innocenza.
«Avete mai notato lo stupore negli occhi di un cane? Il suo sguardo? L'occhio dell'animale è verso di noi come il nostro verso Dio». È un vero e proprio atto di culto e quindi, per questo, De Benedetti è propenso a pensare che tutti gli animali siano credenti. Credenti nell'uomo. E se l'uomo li maltratta, ecco che può nascere quello che chiameremmo a ragione 'un dubbio di fede'.
Dobbiamo quindi pensare a ciò che ci accomuna, alla carne, alla capacità di vedere cose e sentire parole.
Tanti sono i passi citati, tanti i racconti sugli animali a cui l'insigne biblista si è affezionato nella sua vita. E quello che sembrava dover essere un incontro criptico, si snoda veloce e interessante tra storielle, parabole e domande dal pubblico, passando addirittura attraverso le lacrime di De Benedetti quando, volendo raccontare di come Argo riconosca Ulisse nell'Odissea dopo più di vent'anni, lascia il libretto a Salvarani sussurrando con un filo di voce: «Leggilo tu, io mi commuovo».

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