10/09/2009

LE IMMAGINI ACCADONO


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L'immagine è da sempre al centro della riflessione di Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell'arte francese: un'immagine aperta, dinamica, complessa, sovradeterminata, che il tempo attraversa, scompone e riconfigura secondo modelli impuri e anacronistici. Didi-Huberman rifiuta l'idea di storia dell'arte come disciplina umanistica, come pure la possibilità di interpretare l'immagine attraverso il contesto storico. È la storia stessa che non può essere considerata un processo omogeneo, ponendo la necessità di utilizzare l'anacronismo come chiave interpretativa dell'opera d'arte. Dialoga con Didi-Huberman Giorgio Rimondi, studioso di arte, musica e letteratura.


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Brillante è stato l'intervento del professore Georges Didi-Huberman che si è tenuto alle 14:15 presso il Teatro Ariston. La presentazione del professor Giorgio Rimondi ha ricordato come Didi-Huberman metta in questione il concetto di linearità temporale e ha sottolineato l'idea che il tempo, rappresentato come un fiume che scorre in una direzione univoca, non sia più concepibile. Ad avviso di Didi-Huberman esistono infatti due tipi di flussi temporali: quello superficiale e direzionale, ma anche quello sotterraneo, i cui gorghi e mulinelli lo rendono molto più interessante del primo. Didi-Huberman ha sottolineato sin dalle prime battute il nostro analfabetismo di fronte alle immagini, il quale ci porta a leggere un'immagine riducendola ad un testo, una frase, una parola già conosciuta. Secondo lui, la leggibilità sarebbe in realtà abbandonare tutti gli stereotipi in modo da guardare l'immagine di per se stessa e, una volta vissuta l'esperienza dell'immagine 'nuda', riprendere questo sapere stereotipico. Dalle prime rappresentazioni etrusche al Mantegna, da Michelangelo a Goya, dalle fotografie di Auschwitz a quelle di Abu Ghraib, da Freud a Benjamin, da Wartburg a Deleuze, da Primo Levi a Brecht, il percorso disegnato nell'intervento di Didi-Huberman, aristotelico confesso, non ha lasciato indifferente il pubblico, che con lucide domande ha preso il ruolo attivo nel dialogo, in un chiaro esempio dell'affermazione lanciata poco prima da Didi-Huberman: sentiamo che ci sono troppo immagini e che ci sono pochi sguardi.

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