12/09/2009

ANTICHI SCHIAVI E NUOVI MIGRANTI
. Tre secoli di umanità negata


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Uno strumento eccezionale per apprendere la storia della schiavitù è senz'altro quello delle autobiografie degli schiavi. Tra queste una delle più note è "L'incredibile storia di Olaudah Equiano", scritta nel 1780 e ripubblicata recentemente in Italia. Testi come quello di Equiano ci permettono di cogliere immediatamente alcuni aspetti dello schiavismo che pongono il fenomeno in relazione con i flussi migratori dei nostri giorni. Lo sradicamento linguistico e culturale, la riduzione dello schiavo a uno stato di umanità negata, la mancanza di eguaglianza a cui comunque si trova di fronte lo schiavo emancipato in assenza di tutele giuridiche e politiche, trovano immediati riscontri nella condizione dei migranti contemporanei. Partendo da Equiano Alessandro Portelli, autore di Canoni americani, Bruno Cartosio, esperto di storia degli Stati Uniti, e Tahar Lamri, scrittore algerino, discutono di nuove e vecchie schiavitù. 


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Italiano

1785-2009: più di duecento anni per far conoscere al pubblico italiano "The Interesting Narrative of the Life of Olaudah Equiano, or Gustavus Vassa the African", un'autobiografia (qui riproposta da Alessandro Portelli) che è uno dei primi esempi di letteratura africana in lingua inglese.
Una vita piena di contraddizioni, quella di Olaudah: dapprima schiavo, poi egli stesso «mercante di carne umana», infine convinto abolizionista. Un libro attuale nel senso più nobile del termine: oggi si parla tanto di globalizzazione, lui ci parlava due secoli fa dei rapporti fra tre continenti.
Molto 'swiftianamente', Equiano inserisce nel suo libro anche molti aspetti ironici, si pensi alla riflessione sulla fine della schiavitù: un settore dell'industria verrà danneggiato, quello della lavorazione dei metalli (per la produzione di catene, manette e strumenti di tortura vari).
Bruno Cartosio fa notare che i bestsellers della prima metà dell'ottocento non erano i vari "Moby Dick" (che si fermava a 'sole' 600 copie annue) ma le memorie degli schiavi fuggiaschi. Ad ogni modo, le letture della storia della schiavitù erano sempre combattute fra due estremi: o razziste, o paternalistiche; solo dagli Settanta del Novecento questo atteggiamento è destinato a cambiare, e la storia degli antichi schiavi passa idealmente il testimone a quella dei nuovi migranti. È Tahar Lamri a chiedersi se si possa parlare, al giorno d'oggi, di schiavi moderni. Ci si crogiola, purtroppo, con affermazioni come «immigrati di quarta generazione», come se la condizione di immigrati fosse ereditaria.
Vi è poi anche l'aspetto linguistico: senza interrogarsi sull'evoluzione (ma siamo sicuri di non essere tornati indietro?) dei vocaboli che descrivono, spesso dal punto di vista mediatico, gli immigrati (da vucumprà, a clandestinI, a clandestino), è sufficiente fermarsi a quelli che descrivono i lavori femminili: si passa da domestica a colf a badante. Sarebbe opportuno, quindi, prima di parlare della schiavitù del velo islamico, parlare di quella dentro alle nostre case.

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