07/09/2011

SU WALTER BENJAMIN

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Dal concetto di 'rispecchiamento' a quello di riproducibilità tecnica dell'oggetto d'arte, passando per le illuminanti considerazioni su Kafka e Baudelaire, l'opera di Walter Benjamin ha anticipato molte categorie dell'estetica contemporanea, occupando un posto di rilievo nel panorama filosofico del Novecento. Per celebrare il genio del pensatore tedesco (morto suicida nel 1940), la lezione di Alessandro Baricco ("I barbari"; "Emmaus"; "La storia di Don Giovanni") verterà sui celebri frammenti di Angelus Novus e sul saggio Il narratore, un piccolo gioiello in cui Benjamin, a partire da alcune annotazioni sullo scrittore russo Nikolai Leskov, intesse un'indimenticabile riflessione circa il rapporto tra narrazione e società.

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Il mondo è tutto ciò che accade, scriveva Wittgenstein nel suo "Tractatus". A questa indubbia verità si potrebbe aggiungere che il mondo, ovvero l'insieme dei fatti che lo formano, esiste in quanto è raccontato. Il narrare, dunque, questa semplice eppur magica attività umana è, tra tutte quelle che formano la vita degli uomini, quella decisiva, tanto decisiva che una delle più grandi menti del secolo scorso, Stephen Jay Gould, propose di fondarci la definizione della nostra specie: non l'Homo Sapiens, ma l'Homo Narrator.
L'atto del narrare e la figura di chi narra è anche il baricentro de "Il narratore", uno dei migliori e più attuali saggi di Walter Benjamin, il grande filosofo tedesco che più di tutti, all'alba della modernità, seppe vederne il cuore pulsante e indagarlo. Ed è proprio questo fantastico saggio il punto di partenza scelto da Baricco per incantare il pubblico del Festival, radunato in gran numero in piazza Castello.
«Tra le tante cose che l'umanità vede scorrere nell'oblio», dice Baricco, «ce ne sono alcune che è nostro compito salvaguardare, recuperare, sia per la loro bellezza, sia per quella loro strana e magica capacità di riverberare sul presente una luce nuova, illuminando insospettabilmente il futuro». Una di queste cose, per lo scrittore torinese, è proprio Il narratore di Walter Benjamin, uno dei migliori esempi di quel meraviglioso tipo di saggistica che, mettendo insieme gusto del bello e intelligenza acuta, riesce a dare al lettore goloso il massimo del godimento.
Secondo Baricco il merito del saggio di Benjamin, condiviso da gran parte della produzione di questo grandioso, ma sfortunato pensatore, è quello di toccare uno dei nervi scoperti di questa nostra contemporaneità: il narrare, per l'appunto, termine oggi inflazionato e di moda, che ormai permea ogni azione della nostra vita.
Nel nostro mondo le storie sono centrali. Noi compriamo ogni giorno delle storie, votiamo delle storie, spesso crediamo persino di essere noi stessi delle storie, storie da narrare quotidianamente tramite blog e social network vari, trattandoci da personaggi di un intrigo, di una storia, per l'appunto. Viviamo insomma immersi in una narrazione senza soluzione di continuità. Eppure nel 1936, all'alba del secondo conflitto mondiale, Walter Benjamin temeva il contrario, era convinto che il gesto del narrare fosse in declino, che fosse con un piede nella tomba.
Come è possibile, si chiederà allora il lettore, che il timore di Benjamin non solo non si sia avverato, ma che, al contrario, si sia ribaltato? Come è possibile che da una situazione di quasi-morte, l'arte della narrazione si sia ripresa talmente tanto da diventare praticamente l'unica dimensione di vita della nostra società? La risposta è semplice: la narrazione di cui parla Benjamin, attraverso la voce di Baricco, non è la stessa arte che intendiamo ora.
Benjamin viveva a cavallo di due mondi, di due tempi. Due tempi che lo stesso Benjamin ha genialmente riassunto nella migliore delle sue pagine, l'Angelus Novus. Il primo mondo, o meglio il primo tempo, era quello fatto di macerie del passato, della civiltà basata sui tempi compassati dell'uomo, un mondo che conosceva la nozione del limite. L'altro era il mondo all'epoca della sua riproducibilità tecnica, quello che sarebbe diventato il nostro, il mondo veloce delle macchine, un mondo che Benjamin avrebbe visto crescere, se non avesse perso la speranza e la vita a Port Bou ingerendo una dose massiccia di morfina per sfuggire ai nazisti.
Quando Benjamin nel '36 scriveva Il narratore, parlava di un'arte del narrare che era fondamentalmente quella classica, quella di Omero, dei contadini, dei mercanti, dei viaggiatori, degli stranieri. Era proprio quella che stava soccombendo, e a dargli la morte erano quelle stesse dinamiche che oggi ci hanno portato a vivere all'interno di una grande e unica narrazione: il romanzo da una parte, dall'altra l'informazione.
Dov'è dunque che ci siamo sbagliati? Si chiede Baricco rivolgendosi al pubblico attonito. Quando abbiamo commesso l'errore che ci perseguita? Paradossalmente, come in un gioco di matrioske impazzite, quando Baricco dice di Benjamin che «sfiora delle risposte a delle domande che non si fa», in qualche modo parla di se stesso. Perché la risposta è proprio lì, dietro l'angolo di una frase, ma non esce allo scoperto.
Poi continua, cita due bei scritti di Pascale e Rastello, contenuti nel volume "Democrazia", indicando la via d'uscita dal tunnel: tornare a parlare dei fatti, a misurarli, smettere di narrarli. Ma, nello stesso tempo, dichiarandosi ancora una volta, e per sempre, narratore, innalza palesemente bandiera bianca, lasciando la platea nel dubbio dopo averglielo abilmente nutrito. 

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