09/09/2011

IL TEMA DELL'EROE E DEL TRADITORE

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«Garibaldi! Che uomo! Che prestigio!», scrive un giornale francese dopo la guerra del '59. «Egli ha la capacità di entusiasmare chiunque lo veda, lo segua, gli giunga appresso». Garibaldi è forse il paradigma dell'eroe risorgimentale: un capo carismatico che contribuisce alla costruzione del suo personaggio con una precisa finalità di azione politica. Quello che sta dietro alle immagini degli eroi risorgimentali è forse meno alto, meno puro. Ci sono compromessi politici, cospirazioni, attentati, obiettivi raggiunti sfruttando le debolezze umane. Tradimenti. Eppure, in questa oscurità si scorge la luce, la passione di tanti giovani e giovanissimi che con generosità scelsero l'azione. Su questa doppia lettura del Risorgimento italiano si confrontano la storica Lucy Riall ("Garibaldi. L'invenzione di un eroe") e il romanziere Giancarlo De Cataldo ("I traditori").

L'evento 094 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente il suo svolgimento era previsto presso il palazzo di San Sebastiano.

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Italiano

L'attualità è un argomento spinoso. Può suscitare sentimenti contrastanti, dall'ilarità, per chi se la può permettere, alla rabbia più bieca, per chi nonostante gli sforzi quotidiani e la preparazione culturale, è costretto a misurarsi con precarietà, superficialità e privazioni.
Meglio, allora, guardare al passato e ancora meglio illuminare uno spazio fatto di passioni, viltà, tradimenti, tensioni ideali. Il periodo che ha contenuto tutta questa fertilità in Italia è senza dubbio il risorgimento.
A partire dall'ultimo libro di Giancarlo De Cataldo, "I traditori", la storica del risorgimento Lucy Riall ha posto delle domande all'autore per meglio comprendere la nascita e lo sviluppo dell'idea che ha portato alla realizzazione del testo.
Il risultato è un'istantanea quasi nostalgica dei tempi in cui l'uomo era si dominato dalle stesse contraddizioni di cui è vittima oggi ma la tensione vitale e la passione romantica erano talmente preponderanti da far apparire tutto in una luce ideale che l'uomo contemporaneo non può far altro che rimpiangere!  

Come spesso succede nel nostro paese, è stato necessario un evento straordinario, il 150° anniversario dell'Unità, per vedere rifiorire un dibattito sul Risorgimento che non si limitasse semplicemente a una inutile stigmatizzazione o a una ancor più inutile glorificazione. Ma se il fatto che una stagione così decisiva della storia del nostro paese sia stata così spesso messa da parte, o, ancora peggio, dipinta in bianco e nero, può stupire soltanto gli stranieri, non certo noi italiani, così tanto abituati a veder usata la Storia in funzione politica e didascalica.
Il breve ritratto del Risorgimento che emerge invece dall'incontro tra l'inventività romanzesca di Giancarlo De Cataldo e la preparazione storica dell'irlandese Lucy Riall ha dei lineamenti del tutto diversi. È un ritratto in scala di grigi, un puzzle le cui tessere non sono soltanto i grandi personaggi, Mazzini in primis, ma anche le seconde file, «quei nomi che siamo abituati a leggere come nomi di vie, di piazze o di viali, ma che ormai non ci dicono più nulla».
Ma è un ritratto in scala di grigi soprattutto perché non è glorificazione gratuita, è epica, è avventura, ma è fatta d'uomini e donne che mossi da passioni travolgenti si battono, amano e sognano. E ovviamente, ogni tanto, tradiscono, indietreggiano, falliscono. Quello che emerge è dunque il ritratto di una stagione di passioni potenti, di odi e di amori travolgenti, una stagione che proprio per questo suo essere intriso di sentimenti, a volte è materiale più congeniale al romanziere che allo storico.
È per questo che De Cataldo, per scrivere "Traditori", negli ultimi cinque anni si è letteralmente immerso nella Storia privilegiando i diari piuttosto che i manuali, cercando di immaginarsi le figure che si muovono sul palcoscenico della storia non come attori, maschere piatte dai confini netti e ben poco umani, ma come uomini.
I pittori del Risorgimento, spiega De Cataldo, quando volevano rappresentare le fucilazioni usavano personaggi stilizzati, uomini che esponevano il petto alle pallottole, bambini che guardavano negli occhi i soldati del plotone, uomini e donne impavidi che gridavano con l'ultimo filo di voce la propria fedeltà a un'idea, alla patria o alla libertà. È così che si costruiscono gli eroi, ma questa è propaganda, utile fino a un certo punto e per un certo tempo.
Oggi abbiamo bisogno di togliere quel velo di eroismo che rende questi uomini semidei e li allontana senza scampo da noi. Oggi abbiamo bisogno di rivederli come probabilmente erano veramente, come uomini, con le loro paure, con i loro atti istintivi di autoconservazione, le loro fughe, le loro lacrime e i loro tradimenti. Solo così potremo tornare a capire che ciò che hanno fatto si può ripetere, che i poteri forti si possono affrontare e che averne paura è naturale, e forse necessario, ma che questa paura non può e non deve annichilirci e rinchiuderci in noi stessi.
«Disgraziata è la terra che ha bisogno di eroi», scriveva Brecht. E mai come oggi, nel nostro mondo che cade in pezzi, abbiamo disperatamente bisogno di capire che non è di eroi che abbiamo bisogno, ma di uomini, di noi.

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