09/09/2011

VOCI MITTELEUROPEE

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La scrittura, l'identità, il rapporto tra passato e presente, gli orrori dei regimi totalitari che i romanzi riescono a raccontare, il dialogo tra politica e cultura nell'incontro tra due rappresentanti d'eccezione della cultura europea: Varujan Vosganian, nato a Craiova da una famiglia di etnia armena, già Ministro dell'Economia e del Commercio della Romania e autore dello straordinario "Il libro dei sussurri", romanzo da dieci anni nella classifica dei libri più venduti nel suo paese, e Dragan Veliki, ex-ambasciatore serbo a Vienna, consacrato dalla pubblicazione di Via Pola, ed autore di numerosi altri romanzi tra cui "La finestra russa", recentemente uscito in Italia. Conduce il dialogo lo scrittore e saggista Luca Rastello ("La guerra in casa"; "La frontiera addosso").
Con il contributo dell'Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia.
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Italiano
Serbo-croato (cirillico)
Rumeno
«Sarebbe un errore riassumere la letteratura solamente con i libri. La letteratura da una parte si vive e da una parte si scrive. C'è molta più letteratura nella vita degli uomini di quanto gli scrittori siano riusciti a crearne». Con questo pensiero illuminante tratto da James Joyce ha iniziato il suo intervento, a Palazzo Aldegatti, Varujan Vosganian, rumeno di etnia armena, politico e scrittore di fama. Insieme a Dragan Velikic, grande scrittore serbo, con la mediazione di Luca Rastello, l'incontro "Voci Mitteleuropee" si è incentrato sulla letteratura come strumento civile e risorsa per la memoria e l'identità di tutta l'Europa.
Il provenire da realtà rimaste ai margini dell'Europa occidentale, balcani ed est Europa, permette ai due scrittori di avere un'idea originale e libera da preconcetti su quello che il nostro continente è, è stato, e rischia di diventare. Critici verso un'Europa attuale che omologa e legifera sopra le altre realtà nazionali, Velikic e Vosgnanian ritengono che la sua forza sia sempre stata nelle differenze tra i popoli: è stata la politica a fare di queste differenze un mezzo di dominio, mentre la letteratura è l'unica via che può ricordarci il valore positivo delle diversità etniche. Non è facile sintetizzare la moltitudine e la profondità degli argomenti toccati dai due ospiti: l'idea di Europa, la letteratura come ausilio per la storia, la memoria collettiva, il ruolo della Mitteleuropa, il compito dello scrittore. «La cultura è l'unica che vince senza lasciar vinti, e conquista senza umiliare». Con questa frase di Vosganian termina un incontro stimolante e prezioso.

Europa e Letteratura (con la L maiuscola). I due temi portanti che hanno caratterizzato il lungo scambio di idee e riflessioni di Varujan Vosganian e Dragam Velikic con Luca Rastello a mediare e a stimolare i due grandi scrittori.
Innanzitutto, partendo dal titolo dell'incontro, si è subito precisato che l'idea di Europa dell'Est, di Mitteleuropa è limitante e in qualche modo ghettizzante. I due scrittori, il serbo e l'armeno cittadino rumeno, si considerano parte dell'Europa tout-court, di quell'Europa colpevolmente troppo filo-occidentale che ha emarginato nel tempo i suoi fratelli oltre il fiume Elba. «Se pensate alla parola Europa a che cosa pensate?», a questa domanda iniziale di Rastello, Vosganian ha risposto che noi europei «stiamo perdendo la via di casa». Cosa significa? Per l'ex ministro dell'economia rumeno abbiamo perso totalmente il contatto con la natura: la casa dell'uomo è la natura che ci circonda, il cielo stellato sopra di noi, platonicamente parlando, è il luogo delle nostre idee. Il fatto che siamo l'unica civiltà che non ha più da tempo, nelle sue festività, il culto del sole (il nostro elemento più vitale) ma solamente feste laiche o religiose è, per il romanziere armeno, sintomo evidente della nostra decadenza.
Le idee di Vosganian sono nette, egli racconta al pubblico la sua visione di un continente che deve tornare a valorizzare le singole differenze nazionali, abbandonare la via della burocrazia di Bruxelles, trovare un'unione nella diversità senza cercare di essere per forza tutti uguali. Anche Velikic è concorde nel sostenere che la forza dell'Europa è sempre stata nella sua moltitudine di etnie. Quello che sta avvenendo da anni assomiglia più ad un tentativo di omologazione che ad un reale tentativo di unire in una comunanza politica il nostro continente.
Il rapporto dell'Europa con la propria storia è stato assai criticato dagli scrittori: «non ci siamo ancora riconciliati con il nostro passato, siamo stati troppo severi con alcuni e troppo indulgenti con altri». Con chi siamo stati troppo indulgenti è palese: l'esperienza degli intellettuali che hanno vissuto la dittatura comunista nei rispettivi paesi è sempre preziosa per far tacere coloro che con troppa leggerezza fanno sottili distinzioni tra i colori dei regimi; anche per questo certe élite occidentali europee si sono allontanate dal mondo culturale dell'est e alcuni pensatori mitteleuropei riescono a ragionare con maggiore lucidità e freschezza sui temi intorno al nostro continente.
Che cosa quindi può salvare un'Europa in crisi? Ovviamente la letteratura, una certo tipo di letteratura, per la precisione, che usa la narrazione per raccontare storie di uomini e popoli che contengono all'interno di sé la memoria di un luogo e di una cultura ben specifica. «Noi dobbiamo più a certi romanzi che ad una pila di manuali di storia. Per questo ritengo che lo scrittore abbia un ruolo importante per far si che la storia non sia scritta in modo errato. La storia dei vinti è sempre più interessante di quella dei vincitori». Ovviamente le parole di Vosganian sono quelle di un armeno, popolo sanguinosamente sconfitto, giustamente aspre contro chi appartiene a delle maggioranze baciate dalla sorte della storia. Velikic si definisce «un lettore molto esigente» che non legge per uccidere il tempo, ma quando prende un libro in mano desidera ricostruire il mondo di quello scrittore e percorrere le tracce di un luogo e di una storia realmente esistente. La letteratura ha una valenza quasi salvifica, possibile rigeneratrice del nostro continente smarrito, e sul lungo periodo, secondo Vosganian, «i veri vincitori della storia sono stati i poeti, non i generali. Le città sono crollate, gli eserciti distrutti, ma i loro libri sono rimasti».

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