11/09/2011

Stefano Benni con Piero Dorfles

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Stefano Benni è comunemente ritenuto un autore comico: libri come "Terra!"; "Bar Sport"; "Baol", sono pervasi da un'allegria vitale, a volte straniante e surreale, a volte più aspra e aggressiva. Da diversi anni però alla sapienza umoristica si è affiancata, nella sua scrittura, una nota più commossa e delicata nei confronti della solitudine e del dolore, come in "Achille piè veloce", "La grammatica di Dio" e in particolare nell'ultimo "La traccia dell'angelo", storia di un uomo costretto - per un trauma subito da bambino - a una dipendenza farmacologica da cui non riesce più ad uscire. Lo incontra il critico letterario Piero Dorfles.

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«Quando vivo un periodo di sofferenza non riesco a dire bugie», dice Benni, ed è forse per questo che nell'ultima parte della sua lunga e prolifica carriera di tessitore di incantesimi narrativi i suoi libri hanno visto aggiungersi alll'umorismo graffiante e surreale degli esordi una certa attenzione al dolore e alla solitudine dell'uomo. Una dimensione presente anche nel suo ultimo lavoro, "La traccia dell'angelo", al centro della discussione con Piero Dorfles di questo afoso pomeriggio mantovano.
Come spesso succede qui a Mantova, soprattutto quando sul palco ci sono personaggi come Piero Dorfles e Stefano Benni, la cui tensione etica e civile è sempre altissima, il discorso sulla letteratura diventa quasi un pretesto per illuminare lo strano mondo in cui ci è capitato di vivere. Entrambi non si lasciano sfuggire l'occasione per stilettare il mondo politico e invocare un risveglio civile da troppo atteso. «Il dittatore è ancora al suo posto ma è il suo tempo è finito», dice Benni, «non si sa quanti danni farà e cosa si porterà dietro nella caduta, ma la parabola discendente è cominciata».
Il discorso più interessante dello scrittore emiliano è la spiegazione della sua tendeziale e particolare avversione al progresso. In primo luogo, secondo Benni, nelle ultime tre generazioni il mondo ha accelerato la propria evoluzione toccando velocità insostenibili che ci hanno impedito di stare al passo, di adeguarci. Quello che noi chiamiamo progresso, insomma, appare sempre di più come una corsa pazza che sta dimenticando dietro di sé gli stessi uomini.

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