07/09/2012

Ermanno Olmi con Franco Piavoli e Marino Sinibaldi

2012_09_07_068

«Una sola può essere l'arca di Noè oggi: l'uomo. Che ognuno sia l'arca di se stesso e rappresenti in sé l'intero atto della creazione, diventando attore di una nuova alleanza non tanto tra noi e Dio, quanto tra noi e la zolla: il nostro compito sulla terra, infatti, è essere gli interpreti della casa che ci ha accolto, per governarla, rispettarla, amarla». Ermanno Olmi è uno dei maestri del cinema italiano. Dall'esordio con Il posto nel 1963, passando per "L'albero degli zoccoli" (Palma d'Oro a Cannes nel 1978), fino al suo recente ritorno al documentario, tutta la sua opera è pervasa da una profonda riflessione filosofica e da un forte sentimento del divino, con una particolare attenzione alla descrizione del mondo popolare e all'etica che governa le relazioni tra gli uomini. Insieme all'amico regista Franco Piavoli e al giornalista Marino Sinibaldi, Olmi ripercorre la sua vita e le sue opere, sul filo della recente autobiografia "L'apocalisse è un lieto fine".

English version not available

Italiano

Piazza Castello è gremita di gente per la presentazione di un «libro che non c'è». Già, perché il programma del Festival annuncia un'autobiografia che ancora non è stata pubblicata. C'è, in compenso, l'autore del libro: Ermanno Olmi. Per lui l'attesa è grande, impaziente, tanto che alcuni si lasciano sfuggire un sospiro di sollievo quando Marino Sinibaldi termina la sua presentazione e cede la parola al regista.
 Figlio di una famiglia di origine contadina ma con madre operaia e padre ferroviere, Ermanno Olmi vive sin dalla prima infanzia un pendolarismo fra i due mondi che hanno fatto la storia d'Italia: la campagna e la città. Entrambe sono da lui amate e, in seguito, entrambe saranno abbracciate dal suo ampio sguardo di artista; ma è nella campagna, in particolare, che Olmi scopre la meraviglia della spontaneità e l'importanza di una poesia umile, che ricorda l'episodio virgiliano del vecchio di Corico (Georgiche IV), proprietario di soli pochi iugeri di terreno ma sempre primo a cogliere i fiori della primavera.
Di fronte alla realizzazione di quella che Pier Paolo Pasolini definiva una grande tragedia antropologica, cioè di fronte al trionfo della società industrializzata e del sistema consumistico, Ermanno Olmi è un convinto sostenitore della rilevanza del problema ecologico e ambientalista. L'unica civiltà naturale per l'uomo, afferma, è la civiltà contadina: le altre modalità sono state tutte «civiltà provvisorie». La speranza di Olmi in un futuro più sostenibile è affidata alle parole di un bambino incontrato durante le riprese di "Terra Madre" (2009): «niente fiori, niente api; niente api, niente ciliegie; niente ciliegie, niente bambini». Anche nella crisi, e al di là della «piccolaggine» di certa classe dirigente, Olmi mantiene uno sguardo lucido e fiducioso, perché «al massimo del pessimismo comincia la necessità assoluta dell'ottimismo».
Un ottimismo, quello dell'ottantunenne regista, che non si accontenta delle vie tradizionali: a «tutti i libri del mondo» Ermanno Olmi dice di preferire ancora, a cinque anni da "Centochiodi" (2007) e di contro alla presunzione intellettuale che a volte si fa manichea, «un caffè con un amico» («Avete un amico? - chiede rivogendosi al pubblico - se non ce l'avete, cercatelo subito!»); alla scuola così come lui l'ha conosciuta - e allegramente marinata - propone di sostituire un approccio più pratico, capace di mostrare e insegnare attraverso gli esempi quotidiani della sapienza contadina.
Ed ecco spiegato il titolo del «libro che non c'è», "L'apocalisse è un lieto fine" (Rizzoli). Ermanno Olmi usa parole semplici, concordi a una visione che per sua stessa definizione è più cristiana che cattolica: tanto si è fatto, e tanto si deve pagare (ecco l'«apocalisse»); ma basta la consapevolezza di questo dovere di pagare per guadagnare (oltre a «un lieto fine») il diritto a un nuovo inizio. E proprio oggi, di fronte a un'epoca che Olmi considera finita, emerge la necessità di progettare un nuovo mondo basato sulla «dignità di esistenza di tutti», in cui a ognuno sia garantito almeno «un colpo di zappa», assieme alla possibilità di dire: «io metto un seme e garantisco la mia esistenza».

1Luoghi collegati