08/09/2012

LIBERARSI DALLE MAFIE

2012_09_08_146

«La legalità è la forza dei deboli, è il baluardo che possiamo opporre ai soprusi, alla sopraffazione, alla prevaricazione, alla corruzione». Sono parole di Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, che in quarant'anni di lotta alla criminalità organizzata si è reso conto della fondamentale importanza che riveste l'educazione alla legalità. Nei suoi libri, da Pizzini, veleni e cicoria a Liberi tutti, racconta la storia, insegna l'idioma, spiega il modus operandi della mafia, rivolgendosi in particolare ai giovani. La lotta - secondo Grasso - deve partire dalle azioni quotidiane di ognuno di noi, per impedire alla cosiddetta 'mentalità mafiosa' di diffondersi sempre di più.

L'evento 146 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente il suo svolgimento era previsto presso Palazzo di San Sebastiano.

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Piazza Castello, gremita di spettatori seduti in ogni angolo, di volontari alle prese con nuove sedie da scartare e mettere a disposizione, di persone disposte a sedersi per terra per partecipare all'evento, si alza e saluta Pietro Grasso. L'applauso che accompagna il procuratore nazionale antimafia mentre sale sul palco continua a lungo tanto da commuoverlo, come ammette lui stesso schiarendosi la voce. Ci vuole un attimo prima che inizi a parlare, a raccontare di quella Sicilia in cui è cresciuto da piccolo e in cui "Liberi tutti" è diventato, dal grido del nascondino alla richiesta di risposte che nasce negli anni della sua adolescenza. La voglia di capire un fenomeno così vasto, molto più complesso di un'organizzazione criminale, perché cerca di partecipare al potere acquisendo il consenso della gente.  «Stamattina ai ragazzi l'ho spiegata in modo diverso» - racconta, citando l'evento indirizzato ai bambini sempre sull'argomento mafia - «Ma se volessimo disegnarla sarebbe una serie di cerchi concentrici». Si entra con un rito, la puntura del dito e la bruciatura dell'immagine sacra, ma attorno agli affiliati ci sono le famiglie di sangue, poi la criminalità comune che la mafia organizza a seconda dei propri interessi, poi il controllo dei territori e infine la borghesia mafiosa. E questa area grigia è al momento la vera forza della mafia: imprenditori, politici, burocratici, amministratori, avvocati che non sono nel sistema mafioso ma garantiscono fedeltà e quel contatto fondamentale con il mondo civile.  Tutta l'Italia quindi è coinvolta, la stessa Italia dei segreti di Moro che abbiamo ascoltato nell'intervento di Miguel Gotor e Michele di Sivo, quella che Gherardo Colombo ci racconterà parlando di Tangentopoli ieri e oggi, quella di Enrico Mattei ricordata da Neri Marcoré e Paolo Mieli, la stessa tutta che troviamo nei libri di Natalia Aspesi.  «A che punto siamo, quando finirà la mafia?», chiedono dal pubblico. Grasso risponde citando le parole di un mafioso, durante un interrogatorio: «Finché i ragazzi senza lavoro si rivolgeranno alla mafia e non allo Stato quando sono disperati e senza soldi, allora la mafia continuerà ad esistere». Ma si può provare a reagire. Capendo che nessuno è immune, da nord a sud, che deve essere punito chi non paga le tasse, chi fa corruzione, chi fa illecito. Allontanando la politica dagli affari. Istruendo i ragazzi in modo che formino una nuova classe dirigente. E il ruolo dei ragazzi torna spesso nei suoi racconti. Cita Coelho infatti, mentre sprona i ragazzi a fare come il fiume che deve arrivare al mare, a non perdere mai di vista i propri obiettivi e racconta della moglie insegnante e del modo in cui le scuole e i ragazzi possono spingere gli adulti ad allontanarsi dalla mafia. Un ultimo pensiero va a Libera, Ammazzateci Tutti e le associazioni giovanili che combattono quotidianamente in Italia, perché lottare si può e si deve.

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