08/09/2012

Emmanuel Guibert, Alain Keler e Frédéric Lemercier con Alberto Sebastiani

2012_09_08_163

«A volte bisogna andare lontano per scoprire ciò che è vicino. Aprire lo sguardo per accorgerci di realtà che abbiamo sotto gli occhi, eppure restano invisibili, un po' per distrazione, un po' perché forse troppo scomode da accettare» (don Luigi Ciotti). Accade allora che un fotoreporter viaggi attraverso le comunità Rom di mezza Europa e riempia la sua macchina di scatti; che un disegnatore unisca i materiali scrivendo e illustrando la storia del reportage; e che un grafico ridoni al disegno la varietà dei colori di un popolo marginalizzato da una civiltà sorda e ostile. Dallo sforzo congiunto del trio Guibert-Keler-Lemercier prende corpo Alain e i Rom, uno dei più toccanti e riusciti esempi di graphic journalism degli ultimi anni. Gli autori ne parlano insieme ad Alberto Sebastiani, esperto di graphic novel.

L'evento 163 ha subito variazioni rispetto a quanto riportato sul programma. Originariamente il suo svolgimento era previsto presso l'Aula Magna dell'Università.

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L'incontro casuale fra un fotoreporter, Alain Keler, ed un disegnatore, Emmanuel Guibert, al funerale del grande fotografo Didier Lefevre, maestro e amico di entrambi; la proposta della rivista francese "21" di pubblicare un fumetto giornalistico; il progetto decennale di reportage nei campi rom di tutta Europa condotto da Keler; tanti disegni, tante fotografie, tante storie da armonizzare grazie all'aiuto di un altro amico, il grafico Frederic Lemercier. Così nasce "Alain e i rom" (edito in Italia da Coconino Press e già apparso parzialmente sulla rivista "Internazionale") un reportage giornalistico e grafico sulla più vasta minoranza europea, un'esperienza autobiografica e collettiva che propone un parallelo fra la sorte dei rom e quella vissuta dagli ebrei durante la Shoah. Dopo anni, decenni di lavoro come fotoreporter, Alain capisce di aver perso la sua identità: i suoi genitori sono morti, non può interrogarli; tutto quello che ricorda della sua famiglia è che i suoi nonni erano ebrei polacchi emigrati in Francia ed assassinati ad Auschwitz, dunque decide di andare a «cercarsi all'est», come recita l'incipit dell'opera. Attraversando l'Europa (dalla Francia al Kosovo, dal Kosovo alla Serbia, fino alla Repubblica Ceca, la Calabria e la Slovacchia, per poi tornare in Francia), vive un'esperienza di incontro e confronto con un mondo che spesso facciamo finta di non vedere.  «Mi sono reso conto, col tempo, che un fotografo è considerato un predatore violento che invade uno spazio quotidiano» racconta il reporter che ha cercato, dunque, di stabilire un contatto diretto con i soggetti delle sue fotografie, anche grazie all'aiuto di un interprete. «Maggiore è la mia situazione di disagio» continua «minore è la qualita delle mie fotografie; per questo torno spesso negli stessi campi, cerco di guadagnarmi la fiducia delle persone, trasmetto il messaggio di essere lì non solo per prendere ma anche per dare qualcosa come vestiti, aiuti concreti». Lo fa ancora oggi, perché la sua ricerca non si è esaurita con la pubblicazione del volume. Un lavoro complesso sia per l'elaborazione (raffinato l'intervento del grafico Lemercier che riesce a coniugare fotografia e disegno, colore e monocromatismo, narrazione e didattica) sia per il suo appello di riconoscimento e restituzione di dignità alle comunità rom di tutta Europa, minacciate, come gli ebrei al loro tempo, dall'ignoranza e dal dilagare del neonazismo. Emblematico in questo senso, il capitolo dedicato ad Ivan (suonatore di balalaika) e i suoi Kesaj Tchavé: un gruppo di bambini dei campi rom slovacchi che con le loro travolgenti danze e musiche gitane stanno calcando le scene internazionali; una nuova generazione di 'bambini dimenticati' che finalmente cambia prospettiva sul mondo che fino ad oggi l'ha emarginata, che ha voglia di integrarsi, lottare e rivendicare un posto nella società. 

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