09/09/2012

GABER SE FOSSE GABER

2012_09_09_219

Fondazione Giorgio Gaber

Incontro-spettacolo di e con 
 Andrea Scanzi

"Gaber se fosse Gaber" è un incontro-spettacolo composto da un percorso per immagini assolutamente originali e inedite, che fanno rivivere al pubblico le forti emozioni che solo il canto, la recitazione e la mimica di Giorgio Gaber sanno trasmettere. Un viaggio nel mondo dell'artista milanese sotto la guida del giornalista e scrittore Andrea Scanzi, per ripercorrere i momenti salienti di quel "Teatro Canzone" che ha consacrato la fama di Gaber per oltre quarant'anni.

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È stato detto tutto su un artista come Gaber? La risposta sembrerebbe positiva, vista la pletora di pubblicazioni e di cd in raccolta o in ristampa che escono ogni anno sul Nostro. Il monologo di Andrea Scanzi "Gaber se fosse Gaber" (con evidente allusione alle ipotetiche dell'irrealtà che tanto piacevano a Giorgio) ci ha invece mostrato come Gaber fosse un personaggio talmente complesso (sia detto in senso positivo) che, dopo un'ora e mezza, il pubblico dell'Ariston ha avuto la sensazione di avere assistito a qualcosa di nuovo e speciale. Lo spettacolo di Scanzi ha ripercorso la storia di Gaber, senza tuttavia risultare pedante ed enciclopedico e (udite udite!) riuscendo ad appassionare senza citare, ad esempio, i pezzi più noti del cantautore (su tutti "Destra- sinistra"), piccole perle nel loro genere che però rischiano di sminuire il valore di tutta la restante produzione gaberiana. Partendo dallo snodo fondamentale tra gli esordi in coppia con Celentano e la nascita del 'signor G',  Scanzi ha focalizzato la propria attenzione (e la nostra!) sulla figura dell'albero, che negli anni Settanta era quello de "La libertà", negli anni ('affollati') Ottanta è quello della pazzia, dell'alienazione dei personaggi, per poi tornare negli anni Novanta, ad affondare il coltello nelle piaghe della politica da Tangentopoli in poi. Importante poi l'incontro con l'artista Sandro Luporini, che alla fine degli anni Sessanta costituirà un punto di svolta nella carriera di Gaber (la nascita del "teatro canzone"), insieme alle trasmissioni in coppi con Mina e, soprattutto, al contratto con il teatro Piccolo di Milano. Scanzi spiega che Gaber era un intellettuale atipico perché non offriva certezze ma instillava dubbi continui in chi lo seguiva: il simbolo del repertorio gaberiano non è infatti "La libertà" ma "Buttare lì qualcosa". Lo spettacolo offre poi spezzoni video dello stesso Gaber (come "L'odore"). A differenza dell'altro intellettuale simbolo dei Settanta (Dario Fo), Gaber non c'è mai il bene contro il male, Gaber non è di nessuno ("Canzone dell'appartenenza"), non usa il 'noi' (solo in "Libertà obbligatoria") ma l'"io". Scanzi conosce bene poi le situazioni storiche (si veda l'uscita di "Polli d'allevamento" nel 1978, contestatissimo disco gaberiano), musicali (bellissimo il paragone fra Gaber e il Dylan contestato a Newport) e letterarie. Non a caso, sul finale, si cita la «dittatura del mercato» di Pasoliniana memoria.

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