07/09/2013

TRA TERRA E CIELO: QUANDO LA RESPONSABILITA' NON È UN LUSSO

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Le mafie sembrano godere di ottima salute. Capaci di muoversi in un mercato globale, diversificando le proprie attività - dall'edilizia ai rifiuti, dalla gestione dei giochi d'azzardo al credito alle imprese - e operando in contesti ormai non riconducibili a una delimitata area territoriale, sono sempre più parte strutturale dell'economia del nostro paese. La loro crescita è però silenziosa, quasi invisibile. Il problema, secondo don Luigi Ciotti, non è solo «chi produce il male, ma quanti guardano e lasciano fare. È un momento di grande smarrimento, delega, sfiducia, rassegnazione. C'è troppa indifferenza. Ed è importante che i cittadini non siano tali ad intermittenza, ma vogliano assumere a tempo pieno la propria quota di responsabilità.» Il fondatore di Libera e autore di "La Speranza non è in vendita" ne parla con il giornalista Gianfranco Brunelli.

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Gianfranco Brunelli e Don Luigi Ciotti hanno riempito Piazza Castello, oggi, alle 11. Hanno trattato temi di grande rilevanza con passione, che non deve mai mancare, e un enorme senso del dovere, che purtroppo manca spesso, toccando sempre le corde giuste: sanità, ricerca, politica, economia, istituzioni, immigrazione, giustizia, psicologia, religione e molto altro. Il primo messaggio è nel titolo dell'evento: "Tra cielo e terra", un esordio kantiano che conferma l'eterno binomio dell'uomo diviso tra la vita di tutti i giorni, che lo tocca e contamina, e lo spirito, la ricerca dell'etica, i valori morali. In quanto tutte creature della vita e del dolore (citando Umberto Saba, poeta caro agli ospiti), l'Italia ha bisogno di cittadini che facciano qualcosa e che diano valori concreti alla società civile. Il Belpaese ha la necessità di avere cittadini che scelgano da che parte stare, una volta per tutte. Nessun passo indietro, nessun timore di usare la voce, poche moine. Don Ciotti, con l'onestà che lo contraddistingue, non gira intorno alle parole, ma anzi le usa, le sfrutta al 100%: da 50 anni non smette di 'dare a Cesare quel che è di Cesare', e fornire la prova concreta di ciò che fa grazie all'impegno antimafia e al sostegno dei poveri. Di loro, infatti, parla più e più volte: «Ci sono 9 milioni di poveri relativi in Italia e tutti abbiamo davanti il volto di chi sta facendo fatica, ma non mi riferisco solo a chi ha problemi economici, ma anche ai poveri di senso, alla grande disperazione interiore che si legge nei loro occhi» e in questo la cultura è il mezzo per cancellare il male. Chiamando a gran voce gli onesti si potrà attivare il cambiamento, trasformare i tanti errori, i no del nostro Paese in azioni positive. Basta voltarsi dall'altra parte, basta usare la vocale 'O', iniziamo a usare la 'E', leghiamo le nostre azioni, uniamoci, iniziamo a parlare di noi, a non guardare e basta ma ad agire, a lottare. In una fase di grande cambiamento, come è in questi anni spossanti, vanno coltivate le basi culturali ed etiche della società. Non serve replicare ogni giorno, come in un perenne serpente che si morde la coda, una mossa politica emergenziale che non risolve il problema, pur talvolta sostenendolo. Curare i sintomi del dolore e della fatica non basta, si deve limare il disagio alla radice. «Nel nostro Paese ci vuole una nuova etica, non (solo) nuove leggi. Poi tutti parlano di legalità ma nel frattempo la calpestano». Un inno d'amore all'Italia dove Don Ciotti ci tiene a ricordare che non siamo al canto del cigno, c'è ancora tanto da offrire alla nostra terra e cominciando dal ridare un significato alle parole (solidarietà, responsabilità, giustizia, etica) non ci perderemo per strada. «Siamo orgogliosi di essere italiani, nonostante le contraddizioni» e a un commento così deciso non si può fare a meno di credere che sia così, che se siamo ancora in italia, se esistono ancora Festival e pensanti, allora l'Italia non è finita.

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