07/09/2013

COM'È DIFFICILE LA VITA FACILE!

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Autore di fumetti e radiodrammi, sceneggiatore per la televisione, giornalista e romanziere, Tuomas Kyrö è uno dei giovani scrittori più seguiti in Finlandia. Paragonato ad Arto Paasilinna per l'umorismo, il ritmo picaresco, la capacità di mettere in ridicolo vizi e comportamenti dei suoi contemporanei, con il suo "L'anno del coniglio" arriva finalmente al pubblico internazionale. Attraverso l'improbabile scalata sociale di un immigrato romeno, che arriva in Finlandia per comprare le scarpe da calcio per suo figlio, Kyrö ci parla di Est e Ovest, di sogni di benessere e disillusioni, di gretti individualismi e stati ridotti alla mera burocrazia. Dialoga con lui lo scrittore Davide Longo.

con il contributo di FILI Finnish Literature Exchange

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«Ci sarebbero state certo delle alternative, il nostro eroe avrebbe potuto rubare macchine, recuperare il rame dei cavi del telefono o vendere un rene. Ma tra tutte le cattive soluzioni quella che gli proponeva Jegor Kugar era la migliore...».
Tuomoas Kyrö conclude l'incontro con la lettura dell'incipit del primo capitolo del suo romanzo "L'anno del coniglio", e lo fa in finlandese, in quella sua difficile lingua dai suoni così lontani dall'indoeuropeo.
Eppure, anche e proprio questi suoni hanno in sé tutto il fascino di una terra così lontana e così diversa da quella del nostro Mediterraneo, una terra - la Finlandia, una società e una cultura 'altra' che ancora sembra toccare e far propri elementi che forse qui nei nostri tiepidi paesi abbiamo ormai dimenticato. Elementi quasi infantili e picareschi come l'affetto per un animale o la semplicità di spirito e di pensiero. Ed è proprio così l'animo del protagonista, dell'uomo che da mendicante giunge a sfiorare la politica fino a divenire il Primo Ministro del 'Partito dell'Uomo Qualunque'. Il protagonista Vatanescu, padre rumeno giunto in Finlandia con la speranza di poter acquistare le migliori scarpette da calcio per il figlio, ma costretto poi alla vita da mendicante, si ritrova a vivere in un Paese complesso e vorticoso, senza tuttavia mai perdere la sua naturale e bianca ingenuità.
I rimandi e i possibili modelli di questo primo romanzo tradotto in italiano sono molteplici: Davide Longo propone di andare con la mente alla bizzarra e pulita figura del "Candido" di Voltaire; o al ben più complesso e peregrinante protagonista dell'"Odissea" - Ulisse (anche Vatanescu è in viaggio e in ricerca). Ma l'archetipo, l'omaggio e il modello più chiaro e dichiarato è senza dubbio l'opera di Arto Paasilinna "L'anno delle lepre" (ovviamente a partire già dal titolo). Certo, Paasillina appartiene ad un'altra generazione, ma anche nell'opera di Tuomoas Kyrö il protagonista è in movimento ed in compagnia di un coniglio, un coniglio cittadino. "L'anno del coniglio" è certamente un omaggio all'opera del suo predecessore, ma non ne calca in tutto e per tutto la trama: il suo protagonista infatti non è un finlandese che, abbandonata l'automobile sul ciglio dell'autostrada, penetra in un bosco, bensì un migrante, un mendicante romeno. In compagnia del coniglio cambia la prospettiva: se con la lepre il punto di vista era quello interno, nazionale di un finlandese, ora lo sguardo è affidato ad uno straniero, a qualcuno che 'guarda da fuori', e a tal proposito Kyrö afferma: «Penso che il punto di vista del protagonista sia il mio, perché anch'io guardo da fuori».
E cosa vede l'occhio di Vatanescu - l'occhio di Kyrö? Vede una società finlandese non così idilliaca come potrebbero immaginare gli uomini e le donne del Mediterraneo, una società che parla del fenomeno dei mendicanti, ne discute all'infinito con opinionisti e speciali su ogni mass-media, ma che poi cade nel più banale dei tranelli: non ha mai chiesto nulla ai diretti protagonisti, ai mendicanti; un paese, il cui 'welfare state', ha creato 'pappemolli' - giovani che non sono in grado nemmeno di allacciarsi i lacci delle proprie scarpe. Senza tanti giri di parole o pillole dorate, l'autore candidamente confessa: «Nel mio Paese tutto funziona, ma ciò non significa che siamo felici».
Ma allora dove trovare la felicità, quel porto sicuro nel quale - nonostante tutto - rifugiarsi? Nell''amore e nei sentimenti', e se lo dice un uomo che prima di conoscere qualcosa sull'amore ha dovuto leggere e poi scrivere tre o quattro libri, bisogna davvero crederci! Sembra assurdo, ma Kyrö ripete più volte di non conoscere ciò che significa 'amore': «In Finlandia quando un uomo manifesta il suo sentimento per la donna amata lo fa costruendo una casa, non con le parole. Bene: pensate che io non ho costruito nemmeno una casa, ma scritto libri!». Eppure questo sentimento gioca un ruolo fondamentale all'interno del romanzo: crea legami e connessioni tra i personaggi. Proprio come quella strana coppia di coniugi 'grassoni' che vive quasi in solitudine in Lapponia: entrambi si amano, si accettano nonostante i manifesti difetti dell'uno come dell'altra: «Quando dava alla moglie della piccola palla di lardo, solo lei capiva il suo affetto ... erano entrambi consapevoli della loro condizione... erano in cerca del proprio io».
Tuttavia, a ben vedere, le parole dell'autore finlandese nascondono una sottile 'ironia': tutto il romanzo ne è sapientemente impregnato, e proprio questa qualità emerge durante tutta la conversazione con Kyrö. È ironica e sognante tutta la parabola esistenziale del protagonista, come è profondamente ironico l'atteggiamento dello scrittore nei confronti del suo processo creativo: «Non sono io che scrivo i miei libri, ma sono loro che vengono a me. Non credo all'ispirazione dell'artista, ma al sedermi, all'accendere il PC, allo scrivere per cinque ore e alla fine allo spegnere la macchina!».

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