04/09/2014 - Lavagne

CHE COS'È UNA CITTÁ

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Un tempo si definiva città un luogo abitato che poteva essere attraversato a piedi in meno di una giornata. Nell'ultimo secolo la popolazione mondiale che vive in un centro urbano è passata dal 10% al 60% trasformando il nostro pianeta in una unica, immensa metropoli. Che cosa è quindi una città oggi? Come sta cambiando e come influenzerà la nostra vita? Tra passato e futuro prossimo, un breve viaggio nella città che siamo e che, probabilmente, saremo.

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Che cosa è una città? Perché nasce una città? Cosa differenzia un gruppo di case da una città?  Sembrano domande che riguardano da vicino solo una parte della popolazione, quella che fisicamente vive nella città. Ma non è così.  Cittadino è ogni uomo che gode di diritti, ha accesso a servizi, alla cultura, ad una casa. Luca Molinari, architetto, chiedendo cosa è una città pone in realtà una delle domande fondamentali dell'umanità: che cosa significa essere uomo. Ricorda in questo l'oracolo di Delfi con la sua celebre sentenza: «conosci te stesso». Allora in che senso la città è il cittadino?   La risposta si trova già nella domanda, perché la città non nasce con le mura, con le case, con gli agglomerati, nasce nel momento in cui il cittadino si chiede quando è cittadino, quando pretende di esserlo e quindi con il diritto. Prima di tutto l'uguaglianza. La città nasce allora con l'idea di democrazia, nasce in Grecia quando cresce il senso di appartenenza ad una comunità, si rafforza con la parola, con la partecipazione politica, con la libertà di dissenso. La città nasce anche con l'immagine dell'uomo che, razionale, si differenzia dall'animale; quando l'uomo domina la natura e crea sistemi di distribuzione dell'acqua, porta con sé la protezione dall'imprevedibilità della natura. La città è l'immagine del labirinto di Minosse quando la tecnica domina l'elemento caotico al suo interno, il minotauro. La città si riconosce punto di incontro tra comunità.  Ma la città non solo nasce, la città muore. Muore quando bandisce lo straniero. La città finisce quando la comunità si divide, si esaurisce quando l'irrazionalità prende il sopravvento, quando il diritto non è riconosciuto.  La città nasce con il monumento, quando l'uomo sfida il cielo con la sua verticalità, quando l'uomo costruisce per poi lasciare ai figli. Trova inizio con l'eredità e con l'idea di futuro, ma nasce anche intorno alla memoria, all'archivio, allo scambio di informazioni. La città cresce intorno alle università. Allora la città muore se si abbandona alla dimenticanza, all'oscurità culturale, all'avarizia del sapere. La città si rafforza intorno all'idea di continuità, quella delle cinte murarie e delle strade, quella della sua crescita progressiva e delle relazioni. La città si spegne intorno alla frammentarietà, all'interruzione degli scambi, all'incuria delle strade.  La città vive quando si fa portatrice di tutta la sua immaterialità: gli odori di frittura, i colori dell'argilla cotta, i rumori dei carri e delle auto. Il mercato. La città muore se è solo materia, se è fatta di palazzi vuoti, di sperati silenzi metafisici, di ricercati estremismi igienici o polizieschi. Nasce con l'asfalto che permette ai tetti dei babilonesi di essere impermeabili all'acqua e poi muore; finisce dove ha fine l'asfalto, inizia allora la campagna ma questo è un altro discorso. 

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