05/09/2014

ARCHITETTI ESTEMPORANEI

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Gli architetti adoperano spesso un linguaggio carico di sottintesi, non sempre del tutto decifrabili per i profani. Aggettivi d'uso comune ('piacevole', 'poetico', 'funzionale', 'decorativo') possono suscitare reazioni inattese se il nostro interlocutore è un addetto ai lavori. Michele De Lucchi, architetto e designer di fama internazionale, ci svela con ironia il vocabolario di un mestiere particolare, il cui campo d'azione, per dirla con Walter Gropius, va «dal cucchiaio alla città». Dialoga con l'autore de Gli attributi dell'architetto Beppe Finessi.

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«Si dice spesso ed è risaputo che per essere bravi architetti bisogna possedere gli attributi. Nessuno però dice mai quali». Tutto nasce da una guerra personale contro gli aggettivi, colpevoli di esprimere un giudizio di valore sugli oggetti e spesso investiti di significati inappropriati. In un affollato Teatro Bibiena in compagnia di Beppe Finessi, critico del design e curatore dell'ultima edizione del Triennale Design Museum di Milano, Michele De Lucchi ha presentato la sua ultima fatica editoriale: un glossario con oltre 1.200 voci per capire il linguaggio di architetti, committenti e tutti coloro che ruotano attorno al variegato mondo dell'architettura. Architetto e designer di fama internazionale conosciuto per progetti di immagine coordinata, interni e arredi, banche, uffici e musei, De Lucchi è stato una figura di spicco di alcuni dei più importanti movimenti d'avanguardia del secolo scorso (Cavart, Alchymia, Memphis), oggi maestro di nuove leve del design come Philippe Nigro e Ferruccio Laviani. Incalzato dalle domande di Finessi, De Lucchi ha così ripercorso, per brevi immagini e aneddoti, tutta la sua carriera professionale a cominciare dagli esordi, studente di architettura all'Università di Firenze negli anni Sessanta, un periodo di grande fermento artistico anche in reazione al disastro causato dall'alluvione del 1966, passando per la performance del 1973, quando si presentò in divisa napoleonica sulle scale della Triennale appena inaugurata, fino ad arrivare alle proficue collaborazioni con Achille Castiglioni ed Ettore Sottsass, «i miei due eroi dell'Iliade», ha ricordato con affetto e riconoscenza De Lucchi. Insistendo sulle responsabilità dell'architetto, come progettista di spazi e dunque anche di comportamenti e rapporti umani, il maestro ha sottolineato l'importanza di non lasciarsi travolgere dalla contingenza storica e di apprezzare il valore del fallimento, che spesso paralizza la spinta creativa invece di essere vissuto come un momento per acquisire nuove e utili competenze. Nate nel suo laboratorio sul Lago Maggiore, le opere realizzate da De Lucchi in legno grezzo e scolpite a colpi di accetta o di motosega (visibili alla Galleria Corraini in occasione di Festivaletteratura) non rappresentano così un'evasione dagli impegni professionali, ma sono invece parte integrante del suo percorso progettuale: perché il creativo deve sapersi prendere del tempo per il proprio fare, senza rispondere necessariamente alle esigenze di clienti, industria o mercato. Un ritorno alla manualità artigianale che costituisce un importante momento di ricerca e sperimentazione, al fine di indagare nuovi linguaggi e reperire nuovi stimoli per i propri progetti. Una filosofia da cui nel 1990 nasce anche "Produzione Privata", con una collezione di arredi e complementi dall'immagine contemporanea, frutto di tentativi reiterati dove la copia e l'errore assumono una valenza positiva legata alla capacità di giudicare l'esistente e ripartire dalle cadute. Un messaggio ai giovani aspiranti architetti presenti a teatro ma non solo: la capacità di amare quel che si possiede, in un'accezione inconsueta del concetto di 'sostenibilità', coltivando la curiosità, la voglia di fare, la propria capacità imprenditoriale senza lasciarsi prendere dall'angoscia.

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